My city of ruin (La mia città rovinata)

My city of ruin (La Mia Città Di Rovine) di Bruce Springsteen

 

C'è un cerchio rosso sangue
Sulla fredda scura terra
E la pioggia sta cadendo
La porta della chiesa è stata spalancata di colpo
Riesco a sentire la melodia dell'organo
Ma la congregazione se n'è già andata
La mia città di rovine
La mia città di rovine

Ora il soave rintocco della pietà
Risuona tra gli alberi al tramonto
Giovani uomini nell'angolo
Come foglie cadute
Le finestre inchiodate
Le strade vuote
Mentre mio fratello è in ginocchio
La mia città di rovine
La mia città di rovine

Forza, alzati! Forza, alzati!
Forza, alzati! Forza, alzati!
Forza, alzati! Forza, alzati!

Ora ci sono lacrime sul cuscino
Cara dove abbiamo dormito
E ti sei presa il mio cuore quando mi hai abbandonato
La mia anima è perduta, amico mio
Dimmi, come faccio adesso?
La mia città è in rovina
La mia città è in rovina

Ora con queste mani
con queste mani
con queste mani
prego Dio
con queste mani
con queste mani
Prego Dio perché mi dia forza
con queste mani
con queste mani
prego Dio perché mi dia fede
Preghiamo per avere il tuo amore, o Dio
Ti preghiamo per i dannati,o Dio
Ti preghiamo per questo mondo; o Dio
Ti preghiamo per trovare la forza, o Dio
Ti preghiamo per trovare la forza, o Dio

Forza
Forza
Forza, alzati!
Forza, alzati!
Forza, alzati!
Forza, alzati!
Forza, alzati!
Forza, alzati!
Forza, alzati!
Forza, alzati!
Forza, alzati!
Forza, alzati!

La mia città rovinata di Spatuzzi

 

Me ne andavo un mattino a camminare. . .

No, non è un similare incipit della “Spigolatrice di Sapri” scritta nel 1857 da Luigi Mercantini che narra della sfortunata spedizione di Carlo Pisacane e dei suoi “trecento uomini” nel Regno delle due Sicilie che speravano di stimolarne fuochi e moti insurrezionali. D’altro canto non ho mai “spigolato” (spigolare:raccogliere le spighe rimaste sul campo dopo la mietitura) né “speculato” su alcunché. Ma questa domenica ho raccolto le ceneri e le sterpaglie nascenti dopo la mietitura della cultura occidentale napoletana sul cui terreno più nulla v’è stato seminato dal 1799 (Repubblica Partenopea). Ebbene dopo le mie “disavventure di cuore” ho immaginato che delle regole igieniche fossero d’uopo…ingurgitare meno calorie, cambiare stile di vita, camminare se non correre o fare footing, jogging, tennis o calcetto che avevo già praticato in passato, ma sempre con scarsa fortuna. Son stato un decoubertiniano convinto nella vita come nella carriera. La vittoria l’ho sempre lasciata ad altri come se fosse una cosa di cui doversi vergognare: che schifo! Non ho mai avuto bisogno di riconoscimenti tangibili, dentro di me avevo sempre vinto!

Forza,alzati!Forza,alzati!
Forza,alzati!Forza,alzati!
Forza,alzati!Forza,alzati!

 

Ebbene la zona in cui abito, quella ovest di Napoli, quella dove tramonta il sole e da duecentanni non risorge più, è tagliata fuori dal resto di Napoli da ben due tunnel. Per cui essa è stata da sempre segregata come i piselli verdi e quelli gialli di Mendel.

Quindi quando si deve raggiungere il centro bisogna andarci per forza “a cavallo” di un mezzo di locomozione, esattamente come ha dovuto fare Eleonora Pimentel Fonseca venendo a Napoli da Roma assieme alla sua famiglia. Ho preso l’autobus alla fermata più vicina. Il più pronto dei bus è stato uno di quelli provenienti da una zona del confine della provincia di Caserta con quella di Napoli, un territorio dove pascolano non tigri della Malesia bensì della malavita.

I vinti.

Ci può essere stato un tempo in cui la vita non era paragonabile ad un campionato sportivo che generalmente è fatto di classifiche, graduatorie, vincitori e retrocessioni.

Si viveva e basta.

Si perdeva e si vinceva senza farne drammi o troppe esaltazioni.

L’uomo era inserito nella natura e nella natura ci sta che si perda, fallire o morire, senza che questo venga vissuto come una sconfitta.

L’insuccesso caso mai ed anche oggi serve proprio e solo a far notare che una persona, una squadra, un gruppo ha dei limiti. Quel gruppo, quella squadra o quell’individuo se vuole aver successo e vincere non ha altro da fare che superare quei limiti.

C’è stato un tempo in cui si vinceva con qualcuno e si perdeva contro qualcosa. Non c’era un portatore vero e proprio della cultura del vincente. Perdere non era troppo disdicevole in quanto in natura o nel corso di ogni esistenza è più statisticamente frequente e previsionalmente probabile la sconfitta che non la vittoria.

Pensiamo ad un grosso torneo di tennis e a quanti ad esso si iscrivono, mettiamo in 72 per fare un numero. Al turno immediatamente successivo arriveranno solo in 36. Alla fine uno ed uno solo avrà vinto, gli altri 71 avranno perso. Ma nel mondo zoologico neppure riusciremo a contare quanti animali saranno stati sbranati e quanti invece ce l’avranno fatta.

E anche questo è naturale.

La legalità non la si insegna, la si mette in pratica e basta.

Così come non si educano le emozioni, ma le si traducono in comportamenti e basta (magari amorosi, talora aggressivi).

Dovremmo in maniera naturale trovare vantaggioso portare avanti comportamenti democratici, solidali, etici, giusti o non se ne fa nulla.

Solo se troviamo che esser così comporta sacrifici che non riusciamo a sopportare, che davvero è troppo dura questa faccenda, allora sì che saremmo veramente perdenti, sconfitti, vinti.

Come dire che se far l’amore o provar compassione diventano una faccenda troppo stressante prima o poi la disattenderemo. L’altra ipotesi consiste nell’aggirare ostacoli con devianze e perversioni. Alla fine o non faremo esattamente nulla o sublimeremo la pulsione erotico-libidica sotto le forme artificiali e celate della ricerca del potere ad esempio o sotto le vesti di una virilità di maniera.

Ma anche il mafioso, il picciotto, il camorrista a modo suo sa di essere morale, etico, giusto a seconda della partitura che gli è stata proposta ed imposta e che finisce per appartenergli.

Sempre chi impone un comportamento, dei modelli o degli stili di vita appartiene ad una cultura egemone rispetto a colui o a coloro che li subiscono.

La cultura è egemone quando col mero esercizio del potere, dell’autorità, non dell’autorevolezza,  e senza che il risultato o la sua applicazione ultima sia il frutto di un dibattito all’interno del suo corpus sociale, finisce per imporre autoritaristicamente i suoi interessi, i suoi diktat; cioè quando fa passare sul pentagramma dei valori di altre tribù sconfitte le sue chiavi di lettura della vita, quelle non condivise, le sue crome e i suoi diesis.

Quando ti presenta il mito del vincente, ad ogni costo.

Laddove invece in natura e, per estensione, laddove si conducesse la vita percorrendola secondo una sorta di spontanea naturalezza, il perdere esiste ed è tollerato, accettato, esattamente come alla natura appartiene la morte, la fine d’ogni cosa.

Più spesso anche il camorrista, il picciotto, il mafioso, l’appartenente alla ‘ndrangheta è stato coattivamente condizionato ad esser per forza vittorioso. Ed è pure entrato in grave e pericoloso conflitto con se stesso visto che quest’ideologia per quanto allettante gli provocava e gli provoca ancora una ferita narcisistica al suo Io, all’idea che aveva di se stesso, alla sua identità costruita nel tempo.

Ma voleva, anzi, doveva salire sul piedistallo del vincitore, quel piedistallo che non ha contribuito a creare, ma che ha subito da quell’egemonia che l’ha piazzato là, proprio là, così, facendo finta di niente. Esattamente come un pomo, quella cultura egemone ha buttato il piedistallo della discordia su cui far assidere uno solo (ed erano in tanti partiti per prendere il suo posto!).

Ebbene pur sentendosi sfruttato e succube di quel modello culturale, ma più spesso non avendo gli strumenti per decodificarlo o per contrapporsi ad esso, quel manovale del crimine farà in modo di salirci per forza su quel carro, quel podio, usando mezzi leciti e, più spesso, illeciti.

Sostengo quindi che il malavitoso, pur organizzato, alla fine sia un succube, un subordinato, un subalterno, uno sfruttato, un vinto da una cultura diversa, quella che comanda per davvero. Quella stessa che in maniera strisciante gli ha fatto dimenticare e disattendere che dal  primigenio modo di vivere, dalla legalità ne traeva vantaggi ma che, una volta colonizzato ben bene, quel vantaggio più non ha sentito, più non ha visto, più non ha vissuto come uomo libero e più non avuto la benché minima possibilità di realizzare la sua natura.

Chi è stato, chi è il colpevole della sua sconfitta culturale?

Qualche anno fa’ una ragazza adolescente proveniente dai quartieri popolari di Napoli dichiarò in un programma televisivo che sperava di sposare da grande un camorrista. Esattamente come voler prendere per marito un medico, un avvocato, un industriale, un calciatore.

Che stava succedendo?

Era una nuova prestigiosa occupazione quella del malavitoso?

Se ne poteva così tanto menar vanto?

Si poteva tutto questo spacciarlo per sentimenti, emozioni, passioni?

Crediamo che anche quella ragazza non sia stata libera perché dentro di lei non era maturato il fine della realizzazione di se stessa che è quello di soddisfarsi amando nella maniera in cui è riuscita ad essere come persona.

Quel che si stava invece realizzando nel suo sviluppo affettivo e cognitivo era il non essere, ma l’avere, impersonando un personaggio che le consentisse di essere una vincente.

Questo è riuscito a fare in maniera subdola la cultura che quella giovane ha subito e che  le ha fatto perdere di vista la meta, l’obiettivo emozionale, per distrarla solo sullo strumento, il camorrista, depistandole ogni sentimento.

In tal modo il vuoto interiore non si colma, più non realizza la sua natura di amante e così entra nel vuoto pneumatico della solitudine.

Chi è stato il criminale, quello sì, davvero pericoloso, che ha fatto dimenticare che il fine della realizzazione di un desiderio (come quello di stare in amore con una donna o con  un uomo) è amare, in tal modo sentendosi pieni per il fatto stesso che si prova amore per un altro simile?

E all’amore avrebbe certamente fatto seguito la libertà, quella che ha per fine la realizzazione di se stessi con la più grande delle soddisfazioni, quella di essere ricambiati.

Pertanto tutti gli strumenti e i beni acquisiti, laddove non al meglio decodificati da una cultura e da una sensibilità plasmata che li faccia padroneggiare e non subire acriticamente, vengono miseramente meno e non conforterebbero per niente laddove,  ad esempio, si fosse persa per sempre la persona che si ama.

La distensione dei conflitti, l’accettazione della parità tra uomini, la sana e non ambigua lotta al razzismo ideologico e culturale, la decodifica dei messaggi in entrata ed in uscita dalle scatole nere del diverso da sé, l’interpretazioni delle ragioni profonde ed oscure (se non proprio inconsce) degli accadimenti e delle storie antiche presenti in popolazioni anche distanti dal consesso cosiddetto civile, onesto e democratico, dopo aver appurato bene le responsabilità dei fatti e le motivazioni di chi li ha compiuti, una volta scartato i fini propagandistici e demagogici di chi li affronta dall’esterno ed invece più spesso ne è invischiato se non proprio colluso, è l’unico modo per prevenire violenze organizzate e guerre sante piuttosto confuse o solo di maniera.

Il solo modo che conosco per arginare ed impedire il perpetuarsi dell’agire malavitoso è quello di sforzarsi nel tentativo di prendere assieme il fenomeno (comprenderlo) senza porsi nella posizione di chi è il vessillifero della verità, di quella verità o giustizia che ha il marchio ed il placet della cultura egemone, quella che apparentemente sembra ora vincente.

Si conclude affermando che di fronte a fenomeni apparentemente incomprensibili e persino misteriosi pur assai pericolosi e oramai ben al di là della soglia del rischio, è meglio porsi con l’atteggiamento dello scienziato, in una forma di ascolto costruttivo, il tutto finalizzato all’accettazione ed alla tolleranza che poi sono le uniche modalità per riuscire a modificare, cambiare o trasformare sia ideologie violente sia anche condotte devianti, trasgressive e pericolose onde travasarle in una cultura condivisibile e fertile di salute fisica e psichica per tutte le genti.

 

Tu come lo sai? E’ troppo facile attendersi questa domanda. Ebbene…

“…Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere. E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi "formali" della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti...” 

...MENTRE A NOI HANNO GIA’ LAPIDATO IL CERVELLO!

Sakineh Mohammadi Ashtiani non si tocca! Questo è pacifico oltre che scontato.

E chi può pensarla diversamente?

Chi può ritenere giusto che Sakineh, la donna iraniana di 43 anni, madre di due figli, Fasride e Sajan, che si trova nel braccio della morte dal settembre del 2006 perché giudicata colpevole dal tribunale di Tabriz del reato di “relazioni illecite” con due uomini, mentre il marito era ancora in vita, sia giustiziata per il tramite della “barbara” esecuzione della lapidazione avendo un altro tribunale scoperto che uno dei due uomini con i quali ella ha commesso adulterio era il coinvolto nell’omicidio di suo marito, Mohammadi Ashtiani, per cui ella è condannata anche per il concorso in omicidio pur non essendoci, a quanto è dato sapere, né prove a suo carico né confessioni in tal senso, ma la condanna avverrebbe sulla base del libero convincimento di un collegio di 5 giudici, 3 dei quali appartenenti al clero.

Sicuramente qualunque persona che faccia parte dell’occidente del mondo (che è anche una categoria della mente), che sia un paladino della democrazia (occidentale), un difensore dei diritti umani e civili (occidentali) e, soprattutto, non islamico inorridisce

Al momento la condanna è sospesa e il riesame del caso è in corso.

Ma la barbarie appare così evidente e scontata da costringerci a delle riflessioni non altrettanto scontate pur se storicamente anch’esse evidenti.

Anche la necessità logico-matematica che sottende la dialettica causa/effetto su cui si fonda la civiltà occidentale, vuole trovare inoppugnabili e incontrovertibili motivazioni per dei fatti che, se non decodificati secondo tale logica, costringerebbero a darsi la paradossale risposta che in talune persone, e nei carnefici di Sakineh in specie, logica non v’è, che esiste solo una fede bruta e brutale. I fatti resterebbero comunque misteriosi ed il pensiero occidentale sarebbe posto in scacco clamoroso.

E così mi sento in buona, anche se troppo inquieta e gasatissima oltre che anfetaminica compagnia dell’uomo moderno, quando mi capita di soffermare il pensiero su di un modo di essere che assai mi appartiene, ma che non credo sia solo mio: sono attratto dalle cose a me del tutto sconosciute.

A causa di questo modo di essere, certo non originale, gli eventi di cui stiamo dando conto mi offrono un’irripetibile occasione per tentare (inutilmente?) di placare questa febbrile esigenza di perdermi nel vuoto e di osservare realtà agli antipodi ed esperienze diverse senza l’oramai limitata visione occidentale che, può sì, dare ancoraggi sicuri, ma che alla fine mi fa sentire strangolato dai rigidi parametri del pre-giudizio nell’interpretare fatti e cose, accadimenti ed eventi di civiltà che non conosco. Di questo sono stufo!

Le trasformazioni che viviamo in questi anni per opera di trasmigrazioni di popoli asserviti dall’economia, ma ricchi, dentro, di energie e furore, sono sicuro che finiranno per rinvigorire gracili e vecchie genti europee, la cui unica potenza risiede nel telecomando tra le mani e fra le gambe.

Come deve risultare ridicolo quel pezzo di stoffa variopinto dalla forma di spada rovesciata che, come un cappio, penzola da un collo su di uno sparato immacolato di un viso pallido e chiamato cravatta, qualora sia osservato da un magrebino nel suo ampio caffettano che tutto invece lascia libero sotto di esso.

In compenso che ne so io di burqa? Che ne sai tu di chador?

E l’emancipazione della donna occidentale è forse consistita solo nella coattiva acquisizione di tutto il peggio di quanto sin qui è stato appannaggio dell’uomo con cui si confrontava? E per fare cosa? Solo per conquistarsi il diritto di agire proprio nella maniera che è quella che più spesso mi capita di rifiutare nei colleghi maschietti?

Ed è meglio quel minuscolo pezzetto di stoffa chiamato minigonna su gambe non contraddistinte dal canone di Fidia di quegli ampi caffettani coprenti di ogni vergogna??

Forse è meglio apparire, mai essere per se stessi, laddove per quella stessa donna occidentale il significato del suo corpo viene appieno rivestito ed investito del suo valore quando è del tutto svestito?

Questa introduzione mi torna comoda per riaffermare la verità: quel che non conosciamo non è affatto esoterico, campato in area o ridicolo.

Lo sarà invece se il misterioso viene interpretato con regole di parte, quindi faziose e unilaterali, a cui finiamo per dare valore di legge universale, perché stabilite da noi occidentali, che siamo l’antropologia uscita vincente dal conflitto culturale solo perché vincitrice del conflitto economico.

Ma regole, leggi, costumi, tradizioni e culture di chi ha perso una guerra combattuta solo sul terreno dell’economia, non sono degne di esser prese neppure in considerazione!

Eppure nella sottomissione alla cultura egemone, quella subalterna avrà avuto pure una ragion d’essere? Regole non scritte, ma tramandate per molti secoli non sono lì per caso a far bella mostra di astrusità e di incomprensibilità. E allora perché sarebbero sopravvissute dopo molti secoli nel downtown di Londra o nel centro antico di Napoli, sottoposte come sono queste strane regole ai gravi fattori di rischio creati, ad esempio, dalla non accettazione da parte della popolazione ospitante con l’unico effetto autolesionistico di non condurre all’integrazione degli adulti ed all’emarginazione dei propri figli?

Quindi leggi e regole, anche implicite, hanno sempre una ragione plausibile anche se la loro comprensibilità estrinseca non è immediata, mentre quella intrinseca può essere a volte molto molto difficile da decifrare o assai remota.

Nessuno abbia pudore delle sue leggi!

Come è di dominio pubblico il consesso civile e sociale dell’islam è assai permeato di Dio, di misticismo e, quindi di prescrizioni, anche coraniche, che non rispondono solo ad un’esigenza religiosa e teosofica, bensì hanno delle entrature che “volutamente” e concretamente regolano la vita stessa dei credenti, costringendoli con la forza d’una religione assai radicata a condotte e stili di vita appropriati ed utili per la sopravvivenza del popolo. Gli imam non sono solo una guida morale predestinata da Dio, ma sono anche legislatori politici e arbiter comportamentali della comunità a cui presiedono.

Ma ogni religione nasce anche per indicare “la strada” che i credenti dovrebbero seguire. Quale parroco cristiano cattolico romano non ha mai “suggerito” alle sue pecorelle a quale candidato dare il voto nel corso delle elezioni? In quale religione non si sancisce un’unione tra uomo e donna senza il sacro vincolo delle “fedi” benedette? Perché ci dicevano di non mangiare carne il venerdì? Perché non dovevo commettere atti impuri da adolescente laddove la mia tensione erotica (di allora) era al culmine e, potenzialmente, sfociante in violenza? Il clero cattolico non scende in campo, (giustamente poiché ne è libero) contro divorzio, aborto, pillola del giorno dopo? E’ anch’esso un’autorità temporale e non solo morale.

Questo può esser valido anche per situazioni persino deplorevoli, ma da porre in pratica tassativamente come l’infibulazione (pratica estremamente diffusa tra le popolazioni dell’Africa orientale e della Birmania che consta di una cicatrizzazione, successiva a taglio intorno alle grandi labbra che finisce per restringere l’ostio vulvare, il tutto sembrerebbe finalizzato ad impedire alle ragazze rapporti sessuali prematrimoniali) o la circoncisione (questa è invece una mutilazione sessuale maschile consistente nell’escissione totale o parziale del prepuzio).

Ma anche in questo caso è assai utile tentare assieme di sceverare, anche sotto un profilo sanitario, le motivazioni profonde che stanno dietro a tali pratiche che, sennò, sarebbero viste solo come crudeli e violente.

Ad esempio importante ed utile per la comprensione, magari non per l’accettazione, è la considerazione che in etno-antropologia il concetto di igiene individuale e sociale e, quindi, la pratica della prevenzione delle malattie, viene scarsamente preso in considerazione.

Ed effettivamente l’impatto forte di questa purificante pratica igienico-sanitaria è piuttosto recente anche in occidente (ricordate i pidocchi del dopoguerra?) altrimenti come fare a condividere le parole che sono state attribuite all’imperatore Napoleone Buonaparte, il quale di ritorno da ogni campagna militare generalmente vittoriosa, pare che inviasse alla fortunata donna del momento una missiva del seguente tenore: “Ne te lave pas, je vien”, il tutto finalizzato a ben altre vittorie amorose…?

Ma il liquido lubrificante maschile allocato nel prepuzio, denominato smegma, è stato riconosciuto essere spesso portatore di virus ed è ritenuto persino cancerogeno per la donna: più spesso viene ritenuto il maggior responsabile del cancro della cervice e non tanto di quello del corpo dell’utero.

Invece il tumore maligno del corpo di quell’utero è statisticamente di maggiore appannaggio in donne con pochi o senza figli, non coniugate e di suore, contrariamente a quello della cervice che è stato rinvenuto più frequentemente nella popolazione femminile che ha avuto rapporti sessuali in età assai giovanile e con molteplici partners.

Se il corpo dell’utero ha una funzione quasi progestinica, in qualche modo con funzione di incubatrice, la cervice, oltre ad essere la porta di entrata e il gran ciambellano dell’itto penieno, è da porsi invece maggiormente in relazione con la funzione del piacere.

Lascio ad altri il compito di trarre conclusioni rispetto a questa modesta riflessione che consiste nel “disinvestimento” per un organo, quale il corpo dell’utero, inutilizzato ed inutilizzabile e, quindi, da ritenersi vuoto di significato; mentre l’irrequietezza, anche sessuale, di chi giovanissima cambia partners come calzini può, assieme ad altre motivazioni altrettanto efficaci, essere interpretata come non eccessiva soddisfazione ricavata da nessuno di quei rapporti, conseguendone inevitabile necessità di “disimpegnarsi” da quell’organo più coinvolto per il piacere maturo, e così la donna, attribuendo a sé stessa tutte le cause di non godimento, potrebbe mettere in atto anch’essa …gravi automutilazione di tipo psicosomatico.

Se queste possono sembrare interpretazioni alquanto fantasiose, pur tuttavia se qualcuno anche in passato deve averci pensato, tanto fantastiche non devono esser sembrate.

E se non esisteva la teorizzazione dell’igiene individuale, tuttavia il compito di fare in modo di adempiere a queste indispensabili regole, dev’esserselo preso la religione che, non dimentichiamo, era, ed è ancora, il depositario dell’istruzione e della trasmissione della cultura d’un popolo (non si dice “mondaci, puliscici dal peccato” ad esempio?).

Quindi peregrina non è l’ipotesi che una circoncisione originatasi in tempi antichi, ed applicata in zone da sempre assetate di acqua, servisse ad una più facile e radicale detersione dallo smegma anche finalizzata a non trasportare infezioni virali.

Come per questa funzione, così per altre non meno importanti possono esser serviti altri precetti islamici relativi al divieto di consumo di alcolici o di certe carni: in questa luce e utilizzando questi “occhiali” o angoli visuali, queste stesse imposizioni non risultano essere più così incomprensibili o astruse, laddove a quei tempi inevitabile era la difficoltosa conservazione di quegli alimenti che presto vanno in putrefazione, a maggior ragione se consumati a 44 gradi all’ombra con gravi ripercussioni quindi sull’apparato gastroenterico con diarree incoercibili e che portavano dritti dritti alla tomba non foss’altro che per disidratazione.

Pertanto, anche per estremizzare, il controllo dei rapporti prematrimoniali, che avvenivano per giunta in giovanissima età, non è stata da sempre un’esigenza anche del mondo occidentale? Per questa esigenza partecipava non solo il contesto familiare al completo, ma anche sociale, con gravi ripercussioni in termini di conflittualità intergenerazionale e con ricadute sulla salute psichica di chi ne è fatto oggetto.

Ebbene l’infibulazione può persino rientrare in una forma di controllo e garanzia familiare ed anche del partner a pensarci bene, condito persino di una funzione nella limitazione delle nascite, allora non probabili, ma certissime, in luoghi dove la nascita d’un ennesimo figlio o, peggio, figlia, non rappresentava solo la possibilità di avere braccia di lavoro, ma in epoca di grave indigenza o carestia, una grave disdetta, vista l’impossibilità di allevarli al meglio oltre all’inevitabile perdita economica, nel caso della nascita d’una femmina, a motivo dell’istituto della dote.

Nessuno può difendersi dallo spargimento del seme in altri porti non santificati dal sacro vincolo matrimoniale, e l’occidente è fin troppo conscio di questo: anche nell’attualità chissà quanti figli non appartengono al legittimo coniuge!

Questo comporta inevitabili e gravi turbative per quel che concerne anche l’asse ereditario (ricordate “Filumena Maturano”?). Ed anche la lapidazione è una cosa che non si giustifica assolutamente, ma in qualche pervertitissimo modo la si può anche comprendere per il carattere di modello esemplare da far rispettare ad ogni costo, anche per i motivi suddetti: e non è forse paragonabile alla condanna sociale, in molti casi terrificante, che l’opinione pubblica europea è in grado di porre in essere proprio per potere arginare il fenomeno del cosiddetto “tradimento”, (peraltro senza effetto alcuno visto che “il desiderare” e avere la donna/uomo d’altri” è uno sport assai diffuso?)

Si è ormai tutti d’accordo sul fatto che il gruppo familiare, sotto tutte le latitudini, fra tutte le razze e in tutte le culture e religioni, sia l’organismo maggiormente efficiente e persino economico nell’assistenza dei minori, dei vecchi, degli svantaggiati, assieme all’esser depositario d’una’altra funzione, quella impegnata nella trasmissione di economie e tradizioni, ma anche nel porre in essere il controllo della vita del proprio congiunto.

Si concorda pienamente quindi con il vecchio Sigmund Freud quando asserisce che in ciascuno di noi “maggiore è la resistenza, maggiore è il desiderio”: ne può derivare che laddove un gruppo sociale con annesso potere, riconosce essere molto vivace al suo interno la presenza d’un diffuso e prepotente desiderio, generalmente di tipo libidico, con ricadute su tanti altri aspetti del vivere civile, deve per forza servirsi di precetti religiosi per promulgare regole, leggi e persino condanne molto rigide, ma anche subdolamente sotterranee, per poterlo arginare.   

Si conclude affermando che di fronte a fenomeni apparentemente incomprensibili e persino misteriosi, è meglio porsi con l’atteggiamento dello scienziato, in una forma di ascolto costruttivo, il tutto finalizzato all’accettazione ed alla tolleranza che poi sono le uniche modalità per riuscire a modificare, cambiare od a trasformare sia i divieti sia anche quei precetti pericolosi in una cultura condivisibile e fertile di salute fisica e psichica per tutte le genti.

Per concludere il solo modo che conosco per arginare ed impedire l’eventuale lapidazione di Sakineh e delle altre donne che verranno dopo di lei è quello di sforzarsi nel tentativo di prendere assieme il fenomeno (comprenderlo) senza porsi nella posizione di portatore della verità e di facente parte della cultura egemone, quella che apparentemente sembra ora vincente.

La distensione dei conflitti, l’accettazione della parità tra uomini, la sana e non ambigua lotta al razzismo ideologico e culturale, la decodifica dei messaggi in entrata ed in uscita delle scatole nere dei diversi popoli, l’interpretazioni delle ragioni profonde ed oscure (se non proprio inconsce) degli accadimenti e delle storie antiche presenti in popoli anche distanti da noi, dopo aver appurato bene le responsabilità dei fatti e scartato i fini propagandistici e demagogici, è l’unico modo per prevenire lapidazioni e sedie elettriche, violenze e guerre sante.

L’intolleranza ha sempre e solo portato drammi, tragedie, attentati e guerre in cui perdono tutti.

Super Mario (Barwuah) Balotelli, ti voglio bene.

Da prove ed analisi di segni e sintomi oramai sappiamo, poiché fa parte dell’immaginario collettivo, che l’inconscio esiste.

E allora a buon diritto potremo provare a darci spiegazioni ‘ché, altimenti, resterebbe senza giustificazione alcuna, di un atto proditorio, inconsulto, un vero e proprio acting out, posto in essere davanti a milioni di spettatori da parte di un uomo bianco, occidentale di razza caucasica, benestante ed in età matura ai danni di un ragazzo nero, di origini africane e di razza camitica, benestante anch’egli, ma assai più giovane, diciannovenne, entrambi svolgenti una professione non intellettuale, ma molto remunerata e assai massmediologicamente rilevante perché continuamente in vista.

La vittima dell’esecrabile gesto si chiama Balotelli Mario.

Nasce a Palermo (profondo sud italiano e del mondo).

Procreato da genitori provenienti dal sud del sud del mondo, il Ghana.

A tre anni il tribunale per i minori lo affida a due persone di Concesio in provincia di Brescia, paese che ha dato i natali anche a Papa Paolo VI, comunque allocato nel “profondo nord” dell’Italia e del mondo.

Solo da un anno è cittadino italiano poiché prima era stato dato solo in affidamento e non in adozione. E l’adozione rimane sempre un marchio indelebile per l’adottato, finché campa e, soprattutto, se non può nasconderlo perché nero.

Il colore della pelle di Mario Balotelli sta sull’epidermide di un nero non integrato ed acquiescente rispetto ai dettami previsti dall’occidente per quelli della sua razza che, se non si allineano, di fatto diventano “negri” e non “neri”.

Gli allineati e subordinati devono esser sempre sorridenti, espletare un lavoro solo muscolare, prevalentemente ballo o sport, al massimo le pulizie, esser rassicuranti e non insospettire il maschio bianco nel voler attentare alla frigidità delle femmine bianche poiché senza giri di parole vanno dritti al punto. Difficile che siano buoni nuotatori, ottimi cestisti e calciatori, centometristi e gazzelle del mezzofondo. Se è “Mandingo” va torturato e incatenato, se invece è il pianista di Humphrey Bogart in “Casablanca” allora può esser fiero di chiamarsi Sam e di aderire con gioia alla richiesta di quel romantico americano in Africa e suonargli al piano ancora una volta il suo pezzo preferito. Se si chiama Tiger Woods andrà nella clinica del sesso per espiare le sue “scopate”, se è Louis Armstrong può andare a San Remo e a Las Vegas con la sua tromba visto che ride sempre. Se è l’incarnazione del nero ammaestrato dai bianchi può fare il presidente degli Stati Uniti per dimostrare la democraticità degli anglosassoni, se è arabo e non gli piacciono i maccheroni, rispetta il Ramadan e può avere più mogli non gli resta che pulire i parabrezza agli incroci. Se si chiama Michael Jackson non è un amante dei bambini, bensì un pedofilo e per poterlo dimostrare dev’esser sbiancato meglio che si può col candeggio della pelle. Se è Diana Ross deve fare l’easy listening per i ricchi americani con le loro burrose compagne, se si chiama Zaira ed è nigeriana si deve dedicare all’assistenza hard degli impotenti lungo la via Domitiana nei dintorni di Napoli.

Altra imperdonabile macchia di Balotelli è quella di essere bravo nel suo lavoro, il giovane calciatore più bravo, estroso e geniale del mondo nella sua agilità pur dotato com’è di 189 centimetri d’altezza. Bravo è anche Leo Messi, di tre anni più “anziano”, ma di 169 centimetri alto (come il connazionale argentino Maradona) e, quindi, “lavora” con maggiore facilità il controllo dell’attrezzo sferico mettendo in opera le operazioni ideo-motorie previste dal calcio, ma, soprattutto, è bianco e biondo.

A lui, a Mario, ingiustificato e ingiustificabile è il “caratterino”, anzi il “caratteraccio”, quello stesso che lo fa odiare in tutti gli stadi del mondo, laddove, anche quando non gioca col suo club nerazzurro, i cori degli ultras son tutti per lui e non per elogiarlo, ma per sottolineare ancor di più le origini scimmiesche del suo corpo e della sua pelle e farlo segno di “bbuuuuuu…” assordanti quando tocca la palla. E dire che i calciatori, tutti i calciatori, anche quelli bianchi, in campo non discutono di filosofia heideggeriana e non appartengono alla corrente di pensiero della scuola di Francoforte, ma, nella migliore delle ipotesi, tra di loro ”ascrivono seri dubbi sulla moralità della madre” dei loro avversari quando giungono nel contatto diretto. Ma a lui non è perdonato, anche dai tifosi della squadra per cui gioca, anche da quelli ricchi, anche da quelli padani pur se mette a segno quei gol che portano la  squadra per cui tengono allo scudetto

 John Lennon ha detto che “la donna è il negro del mondo” ed ha composto  (“The woman is the nigger of  the world”- 1972).

Io a mia volta affermo e mi si perdoni l’accostamento a Lennon, ma non la citazione che non è colta visto che la buonanima di John è stato un master del pop, della cultura popolare internazionale non di quella elitaria, il giovane Mario Balotelli (calciatore interista) rappresenta e incarna in sé (purtroppo) tutto ciò che il nord del mondo non accetta e talvolta odia del sud del mondo.

Le origini del razzismo 

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