Sakineh Mohammadi Ashtiani non si tocca! Questo è pacifico oltre che scontato.
E chi può pensarla diversamente?
Chi può ritenere giusto che Sakineh, la donna iraniana di 43 anni, madre di due figli, Fasride e Sajan, che si trova nel braccio della morte dal settembre del 2006 perché giudicata colpevole dal tribunale di Tabriz del reato di “relazioni illecite” con due uomini, mentre il marito era ancora in vita, sia giustiziata per il tramite della “barbara” esecuzione della lapidazione avendo un altro tribunale scoperto che uno dei due uomini con i quali ella ha commesso adulterio era il coinvolto nell’omicidio di suo marito, Mohammadi Ashtiani, per cui ella è condannata anche per il concorso in omicidio pur non essendoci, a quanto è dato sapere, né prove a suo carico né confessioni in tal senso, ma la condanna avverrebbe sulla base del libero convincimento di un collegio di 5 giudici, 3 dei quali appartenenti al clero.
Sicuramente qualunque persona che faccia parte dell’occidente del mondo (che è anche una categoria della mente), che sia un paladino della democrazia (occidentale), un difensore dei diritti umani e civili (occidentali) e, soprattutto, non islamico inorridisce
Al momento la condanna è sospesa e il riesame del caso è in corso.
Ma la barbarie appare così evidente e scontata da costringerci a delle riflessioni non altrettanto scontate pur se storicamente anch’esse evidenti.
Anche la necessità logico-matematica che sottende la dialettica causa/effetto su cui si fonda la civiltà occidentale, vuole trovare inoppugnabili e incontrovertibili motivazioni per dei fatti che, se non decodificati secondo tale logica, costringerebbero a darsi la paradossale risposta che in talune persone, e nei carnefici di Sakineh in specie, logica non v’è, che esiste solo una fede bruta e brutale. I fatti resterebbero comunque misteriosi ed il pensiero occidentale sarebbe posto in scacco clamoroso.
E così mi sento in buona, anche se troppo inquieta e gasatissima oltre che anfetaminica compagnia dell’uomo moderno, quando mi capita di soffermare il pensiero su di un modo di essere che assai mi appartiene, ma che non credo sia solo mio: sono attratto dalle cose a me del tutto sconosciute.
A causa di questo modo di essere, certo non originale, gli eventi di cui stiamo dando conto mi offrono un’irripetibile occasione per tentare (inutilmente?) di placare questa febbrile esigenza di perdermi nel vuoto e di osservare realtà agli antipodi ed esperienze diverse senza l’oramai limitata visione occidentale che, può sì, dare ancoraggi sicuri, ma che alla fine mi fa sentire strangolato dai rigidi parametri del pre-giudizio nell’interpretare fatti e cose, accadimenti ed eventi di civiltà che non conosco. Di questo sono stufo!
Le trasformazioni che viviamo in questi anni per opera di trasmigrazioni di popoli asserviti dall’economia, ma ricchi, dentro, di energie e furore, sono sicuro che finiranno per rinvigorire gracili e vecchie genti europee, la cui unica potenza risiede nel telecomando tra le mani e fra le gambe.
Come deve risultare ridicolo quel pezzo di stoffa variopinto dalla forma di spada rovesciata che, come un cappio, penzola da un collo su di uno sparato immacolato di un viso pallido e chiamato cravatta, qualora sia osservato da un magrebino nel suo ampio caffettano che tutto invece lascia libero sotto di esso.
In compenso che ne so io di burqa? Che ne sai tu di chador?
E l’emancipazione della donna occidentale è forse consistita solo nella coattiva acquisizione di tutto il peggio di quanto sin qui è stato appannaggio dell’uomo con cui si confrontava? E per fare cosa? Solo per conquistarsi il diritto di agire proprio nella maniera che è quella che più spesso mi capita di rifiutare nei colleghi maschietti?
Ed è meglio quel minuscolo pezzetto di stoffa chiamato minigonna su gambe non contraddistinte dal canone di Fidia di quegli ampi caffettani coprenti di ogni vergogna??
Forse è meglio apparire, mai essere per se stessi, laddove per quella stessa donna occidentale il significato del suo corpo viene appieno rivestito ed investito del suo valore quando è del tutto svestito?
Questa introduzione mi torna comoda per riaffermare la verità: quel che non conosciamo non è affatto esoterico, campato in area o ridicolo.
Lo sarà invece se il misterioso viene interpretato con regole di parte, quindi faziose e unilaterali, a cui finiamo per dare valore di legge universale, perché stabilite da noi occidentali, che siamo l’antropologia uscita vincente dal conflitto culturale solo perché vincitrice del conflitto economico.
Ma regole, leggi, costumi, tradizioni e culture di chi ha perso una guerra combattuta solo sul terreno dell’economia, non sono degne di esser prese neppure in considerazione!
Eppure nella sottomissione alla cultura egemone, quella subalterna avrà avuto pure una ragion d’essere? Regole non scritte, ma tramandate per molti secoli non sono lì per caso a far bella mostra di astrusità e di incomprensibilità. E allora perché sarebbero sopravvissute dopo molti secoli nel downtown di Londra o nel centro antico di Napoli, sottoposte come sono queste strane regole ai gravi fattori di rischio creati, ad esempio, dalla non accettazione da parte della popolazione ospitante con l’unico effetto autolesionistico di non condurre all’integrazione degli adulti ed all’emarginazione dei propri figli?
Quindi leggi e regole, anche implicite, hanno sempre una ragione plausibile anche se la loro comprensibilità estrinseca non è immediata, mentre quella intrinseca può essere a volte molto molto difficile da decifrare o assai remota.
Nessuno abbia pudore delle sue leggi!
Come è di dominio pubblico il consesso civile e sociale dell’islam è assai permeato di Dio, di misticismo e, quindi di prescrizioni, anche coraniche, che non rispondono solo ad un’esigenza religiosa e teosofica, bensì hanno delle entrature che “volutamente” e concretamente regolano la vita stessa dei credenti, costringendoli con la forza d’una religione assai radicata a condotte e stili di vita appropriati ed utili per la sopravvivenza del popolo. Gli imam non sono solo una guida morale predestinata da Dio, ma sono anche legislatori politici e arbiter comportamentali della comunità a cui presiedono.
Ma ogni religione nasce anche per indicare “la strada” che i credenti dovrebbero seguire. Quale parroco cristiano cattolico romano non ha mai “suggerito” alle sue pecorelle a quale candidato dare il voto nel corso delle elezioni? In quale religione non si sancisce un’unione tra uomo e donna senza il sacro vincolo delle “fedi” benedette? Perché ci dicevano di non mangiare carne il venerdì? Perché non dovevo commettere atti impuri da adolescente laddove la mia tensione erotica (di allora) era al culmine e, potenzialmente, sfociante in violenza? Il clero cattolico non scende in campo, (giustamente poiché ne è libero) contro divorzio, aborto, pillola del giorno dopo? E’ anch’esso un’autorità temporale e non solo morale.
Questo può esser valido anche per situazioni persino deplorevoli, ma da porre in pratica tassativamente come l’infibulazione (pratica estremamente diffusa tra le popolazioni dell’Africa orientale e della Birmania che consta di una cicatrizzazione, successiva a taglio intorno alle grandi labbra che finisce per restringere l’ostio vulvare, il tutto sembrerebbe finalizzato ad impedire alle ragazze rapporti sessuali prematrimoniali) o la circoncisione (questa è invece una mutilazione sessuale maschile consistente nell’escissione totale o parziale del prepuzio).
Ma anche in questo caso è assai utile tentare assieme di sceverare, anche sotto un profilo sanitario, le motivazioni profonde che stanno dietro a tali pratiche che, sennò, sarebbero viste solo come crudeli e violente.
Ad esempio importante ed utile per la comprensione, magari non per l’accettazione, è la considerazione che in etno-antropologia il concetto di igiene individuale e sociale e, quindi, la pratica della prevenzione delle malattie, viene scarsamente preso in considerazione.
Ed effettivamente l’impatto forte di questa purificante pratica igienico-sanitaria è piuttosto recente anche in occidente (ricordate i pidocchi del dopoguerra?) altrimenti come fare a condividere le parole che sono state attribuite all’imperatore Napoleone Buonaparte, il quale di ritorno da ogni campagna militare generalmente vittoriosa, pare che inviasse alla fortunata donna del momento una missiva del seguente tenore: “Ne te lave pas, je vien”, il tutto finalizzato a ben altre vittorie amorose…?
Ma il liquido lubrificante maschile allocato nel prepuzio, denominato smegma, è stato riconosciuto essere spesso portatore di virus ed è ritenuto persino cancerogeno per la donna: più spesso viene ritenuto il maggior responsabile del cancro della cervice e non tanto di quello del corpo dell’utero.
Invece il tumore maligno del corpo di quell’utero è statisticamente di maggiore appannaggio in donne con pochi o senza figli, non coniugate e di suore, contrariamente a quello della cervice che è stato rinvenuto più frequentemente nella popolazione femminile che ha avuto rapporti sessuali in età assai giovanile e con molteplici partners.
Se il corpo dell’utero ha una funzione quasi progestinica, in qualche modo con funzione di incubatrice, la cervice, oltre ad essere la porta di entrata e il gran ciambellano dell’itto penieno, è da porsi invece maggiormente in relazione con la funzione del piacere.
Lascio ad altri il compito di trarre conclusioni rispetto a questa modesta riflessione che consiste nel “disinvestimento” per un organo, quale il corpo dell’utero, inutilizzato ed inutilizzabile e, quindi, da ritenersi vuoto di significato; mentre l’irrequietezza, anche sessuale, di chi giovanissima cambia partners come calzini può, assieme ad altre motivazioni altrettanto efficaci, essere interpretata come non eccessiva soddisfazione ricavata da nessuno di quei rapporti, conseguendone inevitabile necessità di “disimpegnarsi” da quell’organo più coinvolto per il piacere maturo, e così la donna, attribuendo a sé stessa tutte le cause di non godimento, potrebbe mettere in atto anch’essa …gravi automutilazione di tipo psicosomatico.
Se queste possono sembrare interpretazioni alquanto fantasiose, pur tuttavia se qualcuno anche in passato deve averci pensato, tanto fantastiche non devono esser sembrate.
E se non esisteva la teorizzazione dell’igiene individuale, tuttavia il compito di fare in modo di adempiere a queste indispensabili regole, dev’esserselo preso la religione che, non dimentichiamo, era, ed è ancora, il depositario dell’istruzione e della trasmissione della cultura d’un popolo (non si dice “mondaci, puliscici dal peccato” ad esempio?).
Quindi peregrina non è l’ipotesi che una circoncisione originatasi in tempi antichi, ed applicata in zone da sempre assetate di acqua, servisse ad una più facile e radicale detersione dallo smegma anche finalizzata a non trasportare infezioni virali.
Come per questa funzione, così per altre non meno importanti possono esser serviti altri precetti islamici relativi al divieto di consumo di alcolici o di certe carni: in questa luce e utilizzando questi “occhiali” o angoli visuali, queste stesse imposizioni non risultano essere più così incomprensibili o astruse, laddove a quei tempi inevitabile era la difficoltosa conservazione di quegli alimenti che presto vanno in putrefazione, a maggior ragione se consumati a 44 gradi all’ombra con gravi ripercussioni quindi sull’apparato gastroenterico con diarree incoercibili e che portavano dritti dritti alla tomba non foss’altro che per disidratazione.
Pertanto, anche per estremizzare, il controllo dei rapporti prematrimoniali, che avvenivano per giunta in giovanissima età, non è stata da sempre un’esigenza anche del mondo occidentale? Per questa esigenza partecipava non solo il contesto familiare al completo, ma anche sociale, con gravi ripercussioni in termini di conflittualità intergenerazionale e con ricadute sulla salute psichica di chi ne è fatto oggetto.
Ebbene l’infibulazione può persino rientrare in una forma di controllo e garanzia familiare ed anche del partner a pensarci bene, condito persino di una funzione nella limitazione delle nascite, allora non probabili, ma certissime, in luoghi dove la nascita d’un ennesimo figlio o, peggio, figlia, non rappresentava solo la possibilità di avere braccia di lavoro, ma in epoca di grave indigenza o carestia, una grave disdetta, vista l’impossibilità di allevarli al meglio oltre all’inevitabile perdita economica, nel caso della nascita d’una femmina, a motivo dell’istituto della dote.
Nessuno può difendersi dallo spargimento del seme in altri porti non santificati dal sacro vincolo matrimoniale, e l’occidente è fin troppo conscio di questo: anche nell’attualità chissà quanti figli non appartengono al legittimo coniuge!
Questo comporta inevitabili e gravi turbative per quel che concerne anche l’asse ereditario (ricordate “Filumena Maturano”?). Ed anche la lapidazione è una cosa che non si giustifica assolutamente, ma in qualche pervertitissimo modo la si può anche comprendere per il carattere di modello esemplare da far rispettare ad ogni costo, anche per i motivi suddetti: e non è forse paragonabile alla condanna sociale, in molti casi terrificante, che l’opinione pubblica europea è in grado di porre in essere proprio per potere arginare il fenomeno del cosiddetto “tradimento”, (peraltro senza effetto alcuno visto che “il desiderare” e avere la donna/uomo d’altri” è uno sport assai diffuso?)
Si è ormai tutti d’accordo sul fatto che il gruppo familiare, sotto tutte le latitudini, fra tutte le razze e in tutte le culture e religioni, sia l’organismo maggiormente efficiente e persino economico nell’assistenza dei minori, dei vecchi, degli svantaggiati, assieme all’esser depositario d’una’altra funzione, quella impegnata nella trasmissione di economie e tradizioni, ma anche nel porre in essere il controllo della vita del proprio congiunto.
Si concorda pienamente quindi con il vecchio Sigmund Freud quando asserisce che in ciascuno di noi “maggiore è la resistenza, maggiore è il desiderio”: ne può derivare che laddove un gruppo sociale con annesso potere, riconosce essere molto vivace al suo interno la presenza d’un diffuso e prepotente desiderio, generalmente di tipo libidico, con ricadute su tanti altri aspetti del vivere civile, deve per forza servirsi di precetti religiosi per promulgare regole, leggi e persino condanne molto rigide, ma anche subdolamente sotterranee, per poterlo arginare.
Si conclude affermando che di fronte a fenomeni apparentemente incomprensibili e persino misteriosi, è meglio porsi con l’atteggiamento dello scienziato, in una forma di ascolto costruttivo, il tutto finalizzato all’accettazione ed alla tolleranza che poi sono le uniche modalità per riuscire a modificare, cambiare od a trasformare sia i divieti sia anche quei precetti pericolosi in una cultura condivisibile e fertile di salute fisica e psichica per tutte le genti.
Per concludere il solo modo che conosco per arginare ed impedire l’eventuale lapidazione di Sakineh e delle altre donne che verranno dopo di lei è quello di sforzarsi nel tentativo di prendere assieme il fenomeno (comprenderlo) senza porsi nella posizione di portatore della verità e di facente parte della cultura egemone, quella che apparentemente sembra ora vincente.
La distensione dei conflitti, l’accettazione della parità tra uomini, la sana e non ambigua lotta al razzismo ideologico e culturale, la decodifica dei messaggi in entrata ed in uscita delle scatole nere dei diversi popoli, l’interpretazioni delle ragioni profonde ed oscure (se non proprio inconsce) degli accadimenti e delle storie antiche presenti in popoli anche distanti da noi, dopo aver appurato bene le responsabilità dei fatti e scartato i fini propagandistici e demagogici, è l’unico modo per prevenire lapidazioni e sedie elettriche, violenze e guerre sante.
L’intolleranza ha sempre e solo portato drammi, tragedie, attentati e guerre in cui perdono tutti.