Ho più bisogno di storie che di carne argentina (intesa come stato sudamericano)
Visto che i classici mi buttano giù, ho deciso di scriverne io qualcuna.
Ci terremo col...fiato sospeso (una volta tanto).
Non entrerò subito nel merito, ma...farò delle premesse e non delle promesse.
Per chi si appresta alla lettura di questa storia sento il dovere di fornire chiavi di lettura, soprattutto per i non addetti ai lavori. Chi essi siano nessuno lo sa. Ma fa bello parlare di personaggie esclusi da una cultura settaria, non condivisa, in modo che io stesso (proprio io) me ne stia all'interno.
La "lettura" di questa storia è rigorosamente fatta dalla parte di chi la scrive (controtransferale? Così direbbero gli addetti ai lavori). Chi la scrive sono io stesso, me medesimo e, scusate se è poco, ma me la canto e me la suono visto che contiene tutte e solo le mie emozioni.
Anche i personaggi sono dunque "letti"in maniera fantastica (non fantasiosa).
Creativa? Forse.
Certamente ci si prova a sfuggire ad una pratica routinaria di dati, date, persone, personaggi, azioni concatenate.
Insomma si tenta di non rompersi le palle.
Ma per fantasticare e quindi creare un'identità verosimile agli attori della storia, bisogna averli dentro questi personaggi, dopo averli incontrati, impattati, digeriti, creati o ricreati fantasticamente e realmente. Ma, attenzione, la creazione dei personaggi non è avvenuta ex-novo, ma a partenza da dati che se non sono certi, senzaltro sono reali.
Mi sono occupato proprio io di Vincenzo (Vince Love nella storia) e del suo guaio che ha passato: era proprio il 28 marzo del 1955, una domenica. Certosinamente ho raccolto storie e geografie, informazioni e racconti e resoconti da varie fonti (rima involontaria!) affondanti le loro radici nella preistoria di quell'uomo. Poi l'ho pure incontrato e regolarmente ho vissuto con lui condividendo la vita fianco a fianco per più di un anno.
Alla fine il dato reale veniva da me sciacquato nell'Arno dei miei sentimenti, delle mie emozioni: incredibilmente ne ho concluso che la realtà coincideva con la fantasia e non erano neppure facce differenti d'una stessa medaglia.
Se volete questa storia la potete pure subire, se siete orgogliosi od impertinenti vi potete pure aggregare.
A me auguro buona fortuna.
S'intitola:
" I O P E R D O N O, D I O N O "
e comincia così:
Boston - Ore 19,12. Piove
(...a giorni la seconda puntata, ben più lunga di un rigo...)
........................................................
Sono ormai 72 ore che piove su questa maledettissima città della East Coast.
Malgrado l'ora legale la prigione di Headofbent appare come un sinistro maniero che digrigna perversamente i denti di metallo arruginito ogni volta che un lampo squarcia l'atmosfera molliccia e inzuppata d'acqua.
Già perchè sono più di 72 ore che piove su questa dannata città.
E' mezz'ora che sto qui ad infradiciarmi sotto la pensilina che non riesce a proteggermi il volto dalle frustate impazienti di questo che ormai è un uragano.
Il cappello calato sul capo e l'impermeabile alla Bogart sono fradici d'acqua.
Da buttare.
Ma va bene così.
Dei fari fendono la prematura notte, rendendo azzurrino il fumo di quest'ennesima Chesterfield incollata da sempre all'angolo sinistro di labbra troppo carnose.
Oggi non mi serve a nulla: non mi fa compagnia.
La butto via.
Gesto di stizza.
No, stai calmo.
E' finita porca puttana.
Il brutale Alexander Greek lo farà uscire alle 20.30 in punto.
Spero.
Questa carogna di un Direttore di Penitenziario che cela tutto il suo odio per la gente dietro una cristalleria ricoperta di tartaruga, non perderà certo l'occasione per prolungare a lui l'agonia e rendere a me difficile la vita.
Ho imparato a odiarlo e ne provo addirittura un sottile godimento libidinale.
Ghigno.
Chi sono?
Difficile dirlo.
La carta d'identità più verosimile dice: Enzo Spatootsie, Italia, professionista, 40 anni.
Portati un po' maluccio.
Sono noto come detective privato.
Riso amaro.
Detective intimo, dicono i mariti delle mie ex fiamme.
Risus sardonicus.
Dicono ancora che sono bravo.
Il più bravo.
Sono ricco e faccio questo sporco mestiere per voluttà accidiosa e senza licenza.
Ma mi faccio pagar bene, barche di denaro.
E' anche vero che non saprei far altro nell'attesa che passino i miei giorni e tiri le cuoia su questa terra con illacrimata perdita.
Questo incarico però non avrei voluto averlo.
Ma è finita, passata.
Già, passata.
Ore 19,30.
Continua a piovere.
Brivido di freddo.
Mi rimbocco più strettamente l'impermeabile e accendo un'altra Chesterfield.
Il mio uomo si chiama Vince Love.
E' italo-americano.
Ricordo perfettamente la prima volta che sentii pronunciare il suo nome.
Ne venivo da un'estenuante notte con Ginny, veneziana, bionda, serie A.
Proprio una Dio di stanga, con l'unico difetto di volerla comandare sempre lei, in ogni cosa.
Già pensavo a come scaricarla.
Senza rancore baby.
Stavo quindi per prender sonno, quando il telefono interrompe "Time is on my side" dei Rolling Stones.
Di mala voglia abbassai il volume dello stereo.
"Il capo ti vuol parlare domattina alle 9.00" mi dice in un inglese portoricanizzato una rauca voce a me fin troppo nota e riattacca senza aspettar risposta.
Il capo era lui: Guelph Peggyson.
Non poteva esser più fredda per me quella doccia scozzese.
Cosa vorrà da me quel bastardo?
Non ho più voglia alcuna di rincorrere i suoi deliri da cui sono uscito sempre con le ossa rotte.
Quella carogna, introvabile e pur sempre presente in ogni risvolto, incomprensibile, egoista, furbo.
Lo odiavo.
Non ci sarei andato.
L'indomani già attendevo da due ore che Peggyson mi ricevesse.
Intanto fumavo in una camera arredata in purissimo stile indiano, di un bianco abbagliante in un'atmosfera già satura di profumi per me nauseabondi.
Mi chiamò.
Ci andai.
Mi disse di fermarmi sulla porta.
Lui era stravaccato su una poltrona rischiarato dalla fiamma del camino e mi stava di spalle.
Nè mai si girò nel pur breve spazio del nostro incontro.
"Sul tavolo c'è la foto di Vince Love, 50 anni. E' più di 25 anni che le psicopolizie di tutto il mondo gli danno la caccia senza fortuna. I suoi reati sono molto vari. Attualmente vive da nababbo avendo impiantato un racket dell'accattonaggio che ha delle teste di ponte in quasi tutti i paesi del mondo. Tu devi scovarlo, abbatterne la rete e riportarlo nella prigione di Boston da cui entra ed esce a suo piacimento. La foto puoi tenerla. Sono certo che ce la farai. Ce l'hai sempre fatta. Sarai ricompensato adeguatamente. Ciao. Fila."
Queste furono le parole dell'individuo.
Rimasi con la foto in mano.
Lo spruzzo di un'auto in corsa mi spinge a vedere che sono le 19,35.
Molta acqua è passata sotto quei ponti.
Non sapevo che pesci prendere e da cosa incominciare.
.......(fine seconda puntata).......................
continua
Dal mio fornito schedario saltò fuori un nome: John Di Stefano, anch'egli italo-americano, anch'egli fu ricercato per molto tempo ed era ora al fresco nel gelido carcere di Capracaz: 99,8 probabilità su cento di uscirne, ma solo con i piedi avanti.
Le sue incriminazioni: oltraggio al pudore, reati contro il patrimonio, stupro, sfruttamento della prostituzione ed altre bazzecole.
Da lui in un drammatico incontro, in un'assolata mattinata di dicembre, venni a sapere interessanti cose.
Per anni con Vince Love aveva fatto coppia fissa d'affari.
Ma non ricordava quel periodo con piacere.
Infatti proprio John spesso aveva fatto le spese di quei loschi traffici.
Ma a parte questo venne fuori che il Love era un professionista dell'accattonaggio, con una tecnica melliflua ed al tempo stesso aggressiva: da pittima insopportabile.
Così anche lui aveva cominciato ai tempi in cui il Love viveva di espedienti, rabbia e violenza.
Vince Love non stava in niente, ma sapeva tutto.
Seguii la pista romana suggeritami dal Di Stefano.
Anche lì trovai una mirabile rete di suoi scagnozzi che ad ogni fine mese dovevano consegnare a mezzo assegno bancario circolare a nome Love ed in una banca svizzera quello che tutti definivano come "il raccolto".
Cercai anche di saperne di più sul suo carattere per poterlo così mettere spalle al muro anche emotivamente e trovare piste maggiormente battibili.
Ad Amsterdam seppi delle sue sbornie colossali, ma un po' tutti ci ridevano su, visto che destava la simpatia di un alcolista gaudente, per il piacere di farlo, e non il disprezzo nutrito verso chi beve per dipendenza.
Ma dietro il rutilante luccichio del bicchiere veniva lo stesso fuori lo sporco di attività illecite e sordide.
A Parigi, in un bordello di infimo ordine, seppi da una vecchia e grassa tenutaria altre cosucce che mi rivelò mentre addentava un panino al salame.
Vince era uno dei clienti più affezionati.
Preferiva le brune, pettorute e dai fianchi larghi e con gli occhi dolci.
Ma anche nella conquista di donne non di vita aveva fretta e non perdeva tempo: uno sguardo concupiscente, un sorriso disarmante, le mani addosso e 9 volte su 10 non rifiutavano questo satiro, questo bucaniere del sesso, che non ci metteva neanche un briciolo di sentimento a dispetto di un cognome così mal poortato.
Vince cominciava a diventarmi sempre più simpatico.
Il suo stile di vita mi affascinava e spesso sorridevo bonariamente di quelle sue "marachelle".
L'indagine pareva meno dura del previsto se non fosse stato per un particolare che mi faceva smorzare il sorriso troppo frettolosamente abbozzato
(fine terza puntata)
................continua...............................
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Tutti i confidenti e i delatori che riuscivo a contattare, all’inizio parlavano a briglia sciolta provando anche un gusto perverso a dipingerlo ognuno a suo modo. Poi, improvvisamente diventavano meno precisi, più sospettosi, rallentavano la loro deposizione, finché non tacevano ed era quasi impossibile farli continuare. A questo punto me li lavoravo ai fianchi secondo il mio costume e con i mezzi dettatimi dall’intuito del momento: li seducevo con promesse o li facevo parlare senza volere, li pestavo a sangue oppure li corrompevo.
Ne ottenevo soltanto una data: 28 marzo 1955, domenica. Null’altro.
A questo punto potevo strappar loro la pelle di dosso, ma non avrebbero aperto bocca.
Persino a Napoli, roccaforte del suo potere e centrale operativa di tutti i suoi traffici, nei budelli di Stella, persone cui ho promesso di tener celata l’identità, arrivavano a definirlo “guappo”.
Un “guappo” con notevoli protezioni ottenute con anni di arruffianamenti e violenze.
Ovviamente operava delle “guapperie”, ma non così, per il gusto di farle in preda all’emotività di guappo ferito oppure fanfarone, ma delle guapperie, per così dire, mirate, con una logica e per raggiungere certi scopi.
Perfino a Napoli dicevo, arrivavano a dirmi queste cose, ma poi come a Parigi ed Amsterdam, Amburgo e New York, Londra e Istambul, finivano col tacere; e dietro le mie…ehm…”sollecitazioni”, concludevano con la fatidica data: 28 marzo 1955, domenica. E basta!
Malgrado ciò Love mi piaceva.
Forse invidiavo questo suo viaggiare da “beatnik on the road” a cavallo di una fiammante Moditen Depot Spitfire modello vecchio, come un pirata alla ricerca dell’arricchimento.
Era, d’altra parte, capace anche di gesti quasi nobili, come quello di prestare denaro senza interessi a chi gli piaceva. Tra l’altro sapeva come ci si doveva sentire a stare senza un quattrino: non era nato ricco Love.
Aveva dovuto anzi imparare a cavarsela senza soldi. Semmai avevano pizzicato il già da allora compagno di scorribande, il succitato John Di Stefano, il quale ci faceva la figura del pollo e che Vince si era dovuto svezzare per renderlo, per così dire, competitivo in quella gara a guardie e ladri. C’è da aggiungere che lo stesso Di Stefano ricorda di avergli sentito pronunciare quella data, ma non sa riferire a che proposito.
19.50. Sta quasi smettendo di piovere. Cadono solo dei finissimi fili d’acqua che però ti entrano anche nelle ossa. Rari autisti mi guardano mentre rallentano per un attimo prima di svoltare al crocevia. Vedono un uomo solo, bagnato. Che fissa un punto tra le sbarre di un cancello e che forse…pensa.
Quando Vince Love veniva pizzicato mentre o viaggiava clandestinamente oppure si dedicava, all’inizio da manovale, poi da professionista autonomo a quella remuneratissima attività d’accattone, si faceva passare per matto, dando magari in escandescenze e facendo quello che poi lo caratterizzerà, cioè le capriole.
Tant’è vero che da allora gli fu appioppato un nomignolo: Vicienz’ sott’ e ‘coppa.
Soprannome che da Napoli fece il giro del mondo.
Addirittura si fece rilasciare un attestato che sanciva il suo stato di folle, con tanto di firma e foto sopra.
Già, perché uno dei suoi pallini era quello di giocare a fare il matto.
(fine quarta puntata)
....... continua ............
Tutto ciò è confermato da uno dei medici carcerari che lo ha conosciuto e con cui Vince ha particolarmente legato e che, naturalmente, da me è stato contattato. Racconta che per tutte le stranezze che, come quell’anziano saggio medico di penitenziario sostiene, il Love si divertiva a fare, fu anche chiamata una perizia dall’Ospedale Psichiatrico “L:White”. I risultati che il dottore mi mostrò divertito, e di cui ho annotato degli stralci, furono i seguenti: “buoni livelli autogestionali…alquanto regredito…manifestazioni depressive e tendenze anoressiali…manierato, fatuo, incoerente…spunti deliranti di persecuzione e di gelosia del tipo: mi hanno avvelenato, mi hanno ucciso;…fissa un punto lontano e ride senza ragione…assolutamente incapace di valutare effettivamente la sua posizione…dissociato, fatuo, incoerente…”.
Comunque e ad ogni buon conto, il dottore mi riferisce che Vince Love non ha mai legato con i secondini né con gli altri detenuti che spesso ha aggredito. Anche delle manifestazioni d’agitazione si sono potute notare. Del resto anche dal punto di vista della medicina generale presentava degli effettivi disturbi quale una cicatrice che gli doleva ad ogni cambio di tempo, cicatrice ch’egli paragonava ridendo ad una “pucchiacca” (ah…le donne…che ossessione per Vince Love!). Inoltre un pregresso infarto, una bronchite cronica mai curata ed un inizio di ingrossamento della prostata. In ogni caso ha sempre avuto preoccupazioni ipocondriache e al dottore è parso che lui stesso non curasse Love, ma che fosse Vince a servirsi di lui, come degli altri, da gran signore, per le sue preoccupazioni. Il dottore poi, al colmo dell’ilarità, mi raccontava una confidenza che lui gli aveva fatto dopo la perizia psichiatrica: “Dottore, non sono pazzo, solo un po’ picchiatello”, il tutto strizzandogli l’occhio.
Ricordo che a quel punto posi al dottore la fatidica domanda: “Ricorda che Love le abbia mai parlato di un qualcosa accadutagli intorno al marzo 1955?”.
Il dottore: “28 marzo 1955, domenica?”
“Si” risposi.
“Ebbene non ne so niente e non mi faccia dire altro” concluse frettolosamente.
Non ci fu verso di cavargli una sola parola di più.
Ma mi fornì l’indirizzo di uno dei fratelli che era venuto spesso a visitare Vince al tempo della carcerazione: Joseph Love. Capodimonte, Napoli.
20.05. Ma perché in questa mezz’ora che mi separa dalla sua scarcerazione dovrei pensare a questa sporca storia? Non l’ho mai fatto. Forse che lo faccia come un rituale ossessivo-ossessionante per scotomizzare la paura che c’è tra le righe? Ma paura di che? Che il Love sia davvero psicotico come lui vuol far credere? Boh!?
Arrivo a Capodimonte nel primo pomeriggio. Sono stanco e morto di sonno.
A Joseph Love mi presento spacciandomi per un burocrate passacarte che vuole occuparsi soltanto della situazione finanziaria del fratello per motivi fiscali.
Grosso errore.
Ma tant’è, non potevo fare diversamente.
Joseph ovviamente non credè neppure a una parola di quanto andavo dicendo, ma sapevo come sciogliere la lingua a gente ben più tosta di lui.
Bastarono cento sacchi ed una bottiglia di Jack Daniels non ancora stappata e tutto andò come si conveniva. La lingua sciolta del fratello di Love cantò a meraviglia come Caruso al Metropolitan.
(fine quinta puntata)
………………………………continua…………………………………………………………..
Vince, mi disse Joseph Love, era l’unico figlio della prima moglie del comune padre.
Ella era morta di paralisi progressiva in ospedale psichiatrico. Bene.
Vince aveva fatto il soldato durante
Vince è stato sposato con Grace, donna più vecchia di lui di un anno che abitava nel loro stesso rione, anzi nella loro stessa strada: da lei non aveva avuto figli.
I conti cominciavano a tornare.
Ma anche nel periodo del loro strano matrimonio, Vince non era stato quello che si può definire uno tutto casa e famiglia.
Era sempre in viaggio e aveva donne in ogni porto.
Persino durante il viaggio di nozze aveva flirtato con altre donne. Aveva flirtato come solo lui sapeva fare, con la portinaia dello stabile dove abitavano.
Joseph rise entusiasta di questa rivelazione. E ancora.
Vince era elegantissimo benché in quel periodo non se la passasse nel migliore dei modi, economicamente parlando. Infatti s’era “ridotto” a fare il panettiere, con un lavoro quindi esclusivamente notturno.
Mi rivelò anche di aver sentito dire che il fratello avesse anche avuto un’amicizia particolare con uno dei fornai (ah…l’alcool cosa fa dire!). Ma ribadì che non ebbe figli perché era la moglie ad essere sterile.
Fu in quel periodo che mise su una società di import-export,
A quel punto Joseph entrò a far confidenze.
Cominciò infatti a farmi gli elogi più sperticati di quel feroce fratello.
Mi parlò in termini tali, come solo ne poteva parlare Doppio Rhum di Black Macigno.
Idolatria sfacciata che lui non fece nulla per mascherare.
“Solo quel giorno” mi disse a bassissima voce e quasi con le lacrime agli occhi “si presentò al bar del Gabbiano Strozzato, sconvolto, male in arnese, con la barba non fatta, la camicia di fuori e la cravatta sul collo anziché sul colletto della camicia, senza giacca e lo sguardo era allucinato. Tutti lo osservavano meravigliati e smettendo di chinarsi sul tappeto verde del biliardo visto che non erano abituati a vederlo in quello stato. Rivolto a me che ero presente mi urlò: - Ehi Joe, quando io non ci sto sai se mia moglie si prende delle libertà? – Tutto questo mettendomi violentemente le mani al collo e al tempo stesso con tono implorante. – No, Vince - lo rassicurai - l’avremmo saputo tutti e poi, lo sai che la controlliamo giorno e notte. – Fatto sta che da quel giorno non fu più lo stesso. Dai piccoli affari illeciti di prima, iniziò a lavorare a crimini di stazza più grossa. Non lo capivamo più, non lo vedevamo più, cominciò ad entrare ed uscire di galera. Tentai di parlargli da fratello come si faceva un tempo. Nulla. Come se stesse su di un altro pianeta. Mi dava risposte di traverso, mi faceva dei risolini immotivati e poi si girava e finiva per trovarsi un’altra volta nel suo mondo, anzi in un mondo tutto suo.”
“Dimmi in che periodo si svolse tutto questo” mi affrettai a chiedergli con la lucidità che mi era tornata improvvisamente, malgrado il mezzo litro di alcool come tasso ematico.
“Chi se lo può scordare: 28 marzo 1955, era di domenica” fu la risposta.
Il mio tempo era finito come la bottiglia di whisky con 12 anni d’invecchiamento.
( fine sesta puntata )
……………………………continua…………………………………………………………..
20.20 Sto più agitato del dovuto. La notte qui è oramai fonda. Mi trema un po’ la mano. Perché? Dovrei bere di meno e limitare le sigarette. No…non è questo. Starò invecchiando. Che c’entra? Ma allora cos’è? Ricomincia a piovere.
Da un informatore fidato venni a sapere che in quel momento era a Bengasi, Libia, dove stava mettendo a punto una, diciamo così, filiale dei suoi traffici. Metterla su a Bengasi presupponeva altre cose e cioè un salto di qualità nei suoi obiettivi. Infatti non mi ci volle molto per sapere che godeva della protezione, nientemeno, che del colonnello Gheddafi e certamente non per spartire i sia pur ingenti guadagni ottenuti col racket dell’accattonaggio.
C’era molto di più sotto.
La cosa mi puzzava anche di destabilizzazione internazionale, ma non avevo prove.
Dopo sottili indagini fatte sotto quel sole che non ha eguali in Europa e dopo aver picchiato a sangue un muezzin locale, venni in possesso di queste inquietanti parole vergate in codice: “Follia al potere e subito”. Ecco spiegata la presenza di Gheddafi.
Quella notte lo incontrai. Era seduto con altri suoi scagnozzi attorno ad un basso tavolino di rame di uno dei più sordidi locali di Bengasi: il Serenas Club. Indosso aveva una sahariana sudatissima e applaudiva i contorsionismi di una danzatrice del ventre-spogliarellista.
Dopo lunga riflessione gli andai incontro e senz’indugio alcuno decisi di giocare a carte scoperte. Anche perché le carte “coperte” da lui sarebbero state facilmente sgamate.
Mandai via i “cicisbei” con un cenno della testa. Seduto bevvi con lui e mi guardai per intero il succoso spettacolo.
Non mi parve granché sorpreso dalla mia presenza o, almeno, non lo diede a vedere. Parlammo a lungo amabilmente. Del carcere, dei secondini, degli altri detenuti di cui avevamo conoscenza comune, di quelle poliziotte bone che sapeva lui e a cui avrebbe volentieri messo le mani addosso: per lui erano sprecate come psicologhe nella polizia analitica, il lavoro orizzontale le si addiceva di più. Persino di Peggyson, il mio boss, capo della A.S.B.I. (Analitic Swindles Bureau of Investigation) mi parlò: “Quella faina” diceva “non l’ho mai incontrato di persona, ma so che mi assomiglia in tutto e per tutto. Sta dall’altra parte della barricata, ma se fosse stato da quest’altra parte, sarebbe stato per me uno scomodissimo concorrente. Alla fin fine, sai, i due estremi si toccano”.
(fine della settima puntata)
……………………………………………………….continua……………………………………….
“Non fare lo scemo” –replicai- “e veniamo al sodo. Ora basta, è bene che tu venga con me. Non vorrei farlo, mi sei simpatico, ma mi hanno promesso troppi soldi per la tua testa”.
Non obiettò e si avviò pazientemente con me fuori dal locale. Intanto distribuiva grosse mance a destra e a manca e anche una mano in culo alla spogliarellista di prima che gli rispose mandandogli un bacio. Camminavamo affiancati per le strette stradine e al chiarore d’una luna troppo bella per essere vera. In ogni caso e per qualsiasi evenienza, stringevo al petto l’inseparabile Disipal cal.38: ne avrei distribuito i “confetti” a chiunque si fosse provato a fare il furbo.
Ma lo vedevo troppo arrendevole, mi sembrava strano.
Mi venne in mente la data.
Non ci pensai su due volte vista l’atmosfera confidenziale.
“Che significa…”.
Si fermò, perse il perenne sorriso ironico, mi si pose davanti e con fare duro, ma rassegnato:
“Come lo sai…?” mi chiese.
“Le domande le faccio io” fu la mia risposta.
Si sedette sulla banchina. Eravamo al porto.
Si umettava le labbra di continuo, ma poi attaccò con voce da narratore.
“Vedi, può capitare a tutti nella vita un fatto che…”
Furono le uniche parole che riuscii a captare, poiché ebbi l’impressione che 1000 fiale di Valium mi fossero state iniettate direttamente nella carotide.
Degli amici suoi ci avevano seguito e mi avevano suonato in quella maniera madornale.
Al mattino Vince Love ovviamente non era al mio fianco.
Ma a distanza di qualche mese riuscii a riacciuffarlo.
Questa volta non fui così pollo e mi affrettai a metterlo al fresco in quel freezer orrendo che era la prigione di Boston.
Fra cinque minuti uscirà.
Io ho intascato i maledetti dollari, ma a condizione che io stesso lo trasferisca da quella prigione al carcere di Napoli, che è quello di competenza, dove finirà i suoi giorni.
(fine penultima puntata)
20,30. Puntualmente si sta aprendo la porticina che lo metterà in strada.
Dovrei avvicinarmi.
Ma non lo faccio.
Sta diluviando in questo momento.
Mi muovo.
Salgo sulla mia Melleril coupée ultrabassa.
Ho preso la decisione.
Metto in moto.
Aziono i tergicristalli.
Accendo le luci.
Mi avvio lentamente.
Dal lunotto posteriore vedo un vecchietto uscire da una porticina del carcere.
Il vecchio ha un attimo di indecisione.
Poi, capita a volo la situazione, comincia a
scappare come può farlo un vecchietto.
Ed io lo vedo, deformato dalle lunghe lacrime di pioggia sul lunotto, che fugge e
che andrà, forse tra pochi anni vista la vita
che ha condotto, a sotterrare con le sue quattro ossa un segreto di cui mai nessuno
darà spiegazione.
The end
Enzo spatuzzi scripsit a.d. 1982