I vinti.

Ci può essere stato un tempo in cui la vita non era paragonabile ad un campionato sportivo che generalmente è fatto di classifiche, graduatorie, vincitori e retrocessioni.

Si viveva e basta.

Si perdeva e si vinceva senza farne drammi o troppe esaltazioni.

L’uomo era inserito nella natura e nella natura ci sta che si perda, fallire o morire, senza che questo venga vissuto come una sconfitta.

L’insuccesso caso mai ed anche oggi serve proprio e solo a far notare che una persona, una squadra, un gruppo ha dei limiti. Quel gruppo, quella squadra o quell’individuo se vuole aver successo e vincere non ha altro da fare che superare quei limiti.

C’è stato un tempo in cui si vinceva con qualcuno e si perdeva contro qualcosa. Non c’era un portatore vero e proprio della cultura del vincente. Perdere non era troppo disdicevole in quanto in natura o nel corso di ogni esistenza è più statisticamente frequente e previsionalmente probabile la sconfitta che non la vittoria.

Pensiamo ad un grosso torneo di tennis e a quanti ad esso si iscrivono, mettiamo in 72 per fare un numero. Al turno immediatamente successivo arriveranno solo in 36. Alla fine uno ed uno solo avrà vinto, gli altri 71 avranno perso. Ma nel mondo zoologico neppure riusciremo a contare quanti animali saranno stati sbranati e quanti invece ce l’avranno fatta.

E anche questo è naturale.

La legalità non la si insegna, la si mette in pratica e basta.

Così come non si educano le emozioni, ma le si traducono in comportamenti e basta (magari amorosi, talora aggressivi).

Dovremmo in maniera naturale trovare vantaggioso portare avanti comportamenti democratici, solidali, etici, giusti o non se ne fa nulla.

Solo se troviamo che esser così comporta sacrifici che non riusciamo a sopportare, che davvero è troppo dura questa faccenda, allora sì che saremmo veramente perdenti, sconfitti, vinti.

Come dire che se far l’amore o provar compassione diventano una faccenda troppo stressante prima o poi la disattenderemo. L’altra ipotesi consiste nell’aggirare ostacoli con devianze e perversioni. Alla fine o non faremo esattamente nulla o sublimeremo la pulsione erotico-libidica sotto le forme artificiali e celate della ricerca del potere ad esempio o sotto le vesti di una virilità di maniera.

Ma anche il mafioso, il picciotto, il camorrista a modo suo sa di essere morale, etico, giusto a seconda della partitura che gli è stata proposta ed imposta e che finisce per appartenergli.

Sempre chi impone un comportamento, dei modelli o degli stili di vita appartiene ad una cultura egemone rispetto a colui o a coloro che li subiscono.

La cultura è egemone quando col mero esercizio del potere, dell’autorità, non dell’autorevolezza,  e senza che il risultato o la sua applicazione ultima sia il frutto di un dibattito all’interno del suo corpus sociale, finisce per imporre autoritaristicamente i suoi interessi, i suoi diktat; cioè quando fa passare sul pentagramma dei valori di altre tribù sconfitte le sue chiavi di lettura della vita, quelle non condivise, le sue crome e i suoi diesis.

Quando ti presenta il mito del vincente, ad ogni costo.

Laddove invece in natura e, per estensione, laddove si conducesse la vita percorrendola secondo una sorta di spontanea naturalezza, il perdere esiste ed è tollerato, accettato, esattamente come alla natura appartiene la morte, la fine d’ogni cosa.

Più spesso anche il camorrista, il picciotto, il mafioso, l’appartenente alla ‘ndrangheta è stato coattivamente condizionato ad esser per forza vittorioso. Ed è pure entrato in grave e pericoloso conflitto con se stesso visto che quest’ideologia per quanto allettante gli provocava e gli provoca ancora una ferita narcisistica al suo Io, all’idea che aveva di se stesso, alla sua identità costruita nel tempo.

Ma voleva, anzi, doveva salire sul piedistallo del vincitore, quel piedistallo che non ha contribuito a creare, ma che ha subito da quell’egemonia che l’ha piazzato là, proprio là, così, facendo finta di niente. Esattamente come un pomo, quella cultura egemone ha buttato il piedistallo della discordia su cui far assidere uno solo (ed erano in tanti partiti per prendere il suo posto!).

Ebbene pur sentendosi sfruttato e succube di quel modello culturale, ma più spesso non avendo gli strumenti per decodificarlo o per contrapporsi ad esso, quel manovale del crimine farà in modo di salirci per forza su quel carro, quel podio, usando mezzi leciti e, più spesso, illeciti.

Sostengo quindi che il malavitoso, pur organizzato, alla fine sia un succube, un subordinato, un subalterno, uno sfruttato, un vinto da una cultura diversa, quella che comanda per davvero. Quella stessa che in maniera strisciante gli ha fatto dimenticare e disattendere che dal  primigenio modo di vivere, dalla legalità ne traeva vantaggi ma che, una volta colonizzato ben bene, quel vantaggio più non ha sentito, più non ha visto, più non ha vissuto come uomo libero e più non avuto la benché minima possibilità di realizzare la sua natura.

Chi è stato, chi è il colpevole della sua sconfitta culturale?

Qualche anno fa’ una ragazza adolescente proveniente dai quartieri popolari di Napoli dichiarò in un programma televisivo che sperava di sposare da grande un camorrista. Esattamente come voler prendere per marito un medico, un avvocato, un industriale, un calciatore.

Che stava succedendo?

Era una nuova prestigiosa occupazione quella del malavitoso?

Se ne poteva così tanto menar vanto?

Si poteva tutto questo spacciarlo per sentimenti, emozioni, passioni?

Crediamo che anche quella ragazza non sia stata libera perché dentro di lei non era maturato il fine della realizzazione di se stessa che è quello di soddisfarsi amando nella maniera in cui è riuscita ad essere come persona.

Quel che si stava invece realizzando nel suo sviluppo affettivo e cognitivo era il non essere, ma l’avere, impersonando un personaggio che le consentisse di essere una vincente.

Questo è riuscito a fare in maniera subdola la cultura che quella giovane ha subito e che  le ha fatto perdere di vista la meta, l’obiettivo emozionale, per distrarla solo sullo strumento, il camorrista, depistandole ogni sentimento.

In tal modo il vuoto interiore non si colma, più non realizza la sua natura di amante e così entra nel vuoto pneumatico della solitudine.

Chi è stato il criminale, quello sì, davvero pericoloso, che ha fatto dimenticare che il fine della realizzazione di un desiderio (come quello di stare in amore con una donna o con  un uomo) è amare, in tal modo sentendosi pieni per il fatto stesso che si prova amore per un altro simile?

E all’amore avrebbe certamente fatto seguito la libertà, quella che ha per fine la realizzazione di se stessi con la più grande delle soddisfazioni, quella di essere ricambiati.

Pertanto tutti gli strumenti e i beni acquisiti, laddove non al meglio decodificati da una cultura e da una sensibilità plasmata che li faccia padroneggiare e non subire acriticamente, vengono miseramente meno e non conforterebbero per niente laddove,  ad esempio, si fosse persa per sempre la persona che si ama.

La distensione dei conflitti, l’accettazione della parità tra uomini, la sana e non ambigua lotta al razzismo ideologico e culturale, la decodifica dei messaggi in entrata ed in uscita dalle scatole nere del diverso da sé, l’interpretazioni delle ragioni profonde ed oscure (se non proprio inconsce) degli accadimenti e delle storie antiche presenti in popolazioni anche distanti dal consesso cosiddetto civile, onesto e democratico, dopo aver appurato bene le responsabilità dei fatti e le motivazioni di chi li ha compiuti, una volta scartato i fini propagandistici e demagogici di chi li affronta dall’esterno ed invece più spesso ne è invischiato se non proprio colluso, è l’unico modo per prevenire violenze organizzate e guerre sante piuttosto confuse o solo di maniera.

Il solo modo che conosco per arginare ed impedire il perpetuarsi dell’agire malavitoso è quello di sforzarsi nel tentativo di prendere assieme il fenomeno (comprenderlo) senza porsi nella posizione di chi è il vessillifero della verità, di quella verità o giustizia che ha il marchio ed il placet della cultura egemone, quella che apparentemente sembra ora vincente.

Si conclude affermando che di fronte a fenomeni apparentemente incomprensibili e persino misteriosi pur assai pericolosi e oramai ben al di là della soglia del rischio, è meglio porsi con l’atteggiamento dello scienziato, in una forma di ascolto costruttivo, il tutto finalizzato all’accettazione ed alla tolleranza che poi sono le uniche modalità per riuscire a modificare, cambiare o trasformare sia ideologie violente sia anche condotte devianti, trasgressive e pericolose onde travasarle in una cultura condivisibile e fertile di salute fisica e psichica per tutte le genti.

 

Tu come lo sai? E’ troppo facile attendersi questa domanda. Ebbene…

“…Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere. E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi "formali" della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti...” 

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