L’influenza dello Spazio sulla psiche dell’individuo
"Non storie ma geografie mentali". Relazione al convegno "Architettura e Psiche", 24 novembre 2009, Roma.
Questo intervento nella prima stesura non era uscito come ve lo riporto oggi. Ma in altra maniera. Non ero soddisfatto e così l’ho sottoposto ad una ragazza giovanissima che ha le chiavi della saggezza e della bellezza della vita. Quel bel tipino mi ha detto che io non scrivevo così, che non ero così e che da me la gente si aspetta atre cose. Ho capito.
Ciò che segue è il frutto dell’istinto che costringe a ripiegarsi sulla propria vera essenza.
Ciò doverosamente premesso dirò che non è cosa di tutti i giorni partecipare ad un convegno essenziale, fondamentale ed al tempo stesso originale come quello di oggi.
Come parte attiva poi, poteva non capitarmi più in tutta la vita.
Devo perciò sentitamente ringraziare personalmente, quale segretario e, doverosamente a nome del dott. Nicola Gianmarco Ponsillo, presidente di AIPSIMED, una delle più rappresentative associazioni di psichiatri esistente, gli organizzatori di questo lacerante confronto di studio che, spero, lasci a me e a tutti voi intervenuti una dilaniante oltre che produttiva emozione e nel contempo, gia da subito mi corre l’obbligo di dirlo, nessuna certezza. Almeno da parte mia.
In particolare la mia riconoscenza va all’architetto, il professor Rosario Marrocco che ha creduto nell’utilità della nostra partecipazione.
La traccia da svolgere quest’oggi da parte della professionalità che mi ritrovo a rappresentare può rientrare, a buon diritto, nelle tematiche di cui si occupa la psichiatria sociale, disciplina che, a sua volta, fa parte del più ampio campo della sociologia medica, in particolare dei modelli sociologici connessi allo studio del disagio psichico e all’intervento sullo stesso.
Quindi essa è quel settore della psichiatria che tende ad applicare i principi psicologici alle istituzioni e, in particolare, ai gruppi sociali.
Essa è una branca della psichiatria che si occupa delle interazioni umane, però quelle in grado di ingenerare problemi che poi si traducono in disagio per la singola persona o per la comunità: la patologia che ne scaturisce si colloca in un’ibrida posizione, tra il normale e lo psicopatologico.
In fin dei conti tale branca della psichiatria fa rientrare nelle sue necessità lo studio delle alterazioni delle relazioni tra l’uomo e il suo spazio e questo mi autorizza a stare in questo convegno di studi con una collocazione non fantasiosa, ma davvero assai concreta.
Mi permetterete adesso delle considerazioni personali e che hanno a che fare con la mia storia.
Oggi mi ritrovo a vivere al tempo stesso sia una forma di serendipity, quella che mi fa trovare o ritrovare qualcosa mentre non la cercavo, sia una mera coincidenza.
Casuale?
Provo a spiegarmi.
Comincerò dalla coincidenza.
La mia prima pubblicazione scientifica dal paradossale titolo “Io perdono Dio no” fu riportata per la prima volta nel 1984 su una rivista scientifica che oggi non c’è più e che intitolavasi “Spazi della mente” emanazione della tipografia un tempo presente nel più antico ospedale psichiatrico di Napoli, il “Leonardo Bianchi” (solo coincidenza?)
La seconda, la memoria, è quella dell’aria tra il casual ed il trasandato nelle loro incolte barbe che pervadeva quasi tutti gli studenti di architettura dell’università degli studi di Napoli allocata nello storico palazzo Gravina nel centro antico, precisamente a Monteoliveto, memoria dei miei primi anni universitari che un laser deve aver tracciato indelebilmente tra i miei allora freschi neuroni..
Cosa mai c’era negli occhi cerchiati da tondi occhiali Fiorucci (o imitazione) di quei colleghi che caracollavano nei disperati anni ’70? A cosa pensavano nella postura quasi sempre assorta quei giovanotti arrabbiati, ma serenamente alienati in un mondo quasi tutto loro? L’ho scoperto da poco e al termine di questo intervento uscirà fuori come un coniglio dal cilindro.
Se l’Architettura non è (solo) corpi, costruzioni, edifici o, almeno, non solo questo, allora che cos’è veramente?
Spazio.
Questa è proprio una bella risposta!
“E’ lo spazio, dunque, il vero protagonista, la vera essenza dell’Architettura” (B.Zevi, Saper vedere l’architettura, Einaudi, Torino, 1948).
Ma per entrare subito nel solco di quanto oggi richiestomi dai gentili committenti, senza voler correre il rischio di uscire fuori tempo e, soprattutto, fuori tema come troppo spesso mi capitava al ginnasio, dirò che l’analogia che aleggia in questo convegno di studi è quella che intercorre tra psichismo e spazio.
Come si evince dal programma stesso, le tematiche affrontate e dibattute in questo tosto incontro riguardano l’analisi di quegli spazi produttori di fattori esogeni in grado di determinare violenza, disagio e annullamento dell’identità o, al contrario, esaltazione dell’identità dell’individuo.
Avrei voluto, forse dovuto, cantarvi la canzone dello spazio da lasciare aperto e che, se rimane troppo occluso ed occupato invasivamente da case, palazzi, appartamenti, loft, arterie viarie, scuole, uffici, giardini, boulevard, rioni, quartieri, città, paesi, capanne, tucul, può ingenerare follia, depressione maggiore, morte.
Avrei potuto parlarvi della fessa, nel senso di rotta oppure stanca, analogia del significante a cui corrisponde un significato, del pieno a cui fa da contraltare un vuoto, un esterno a cui corrisponde sempre un interno, spazio esterno quello relazionale e spazio interno quello soggettivo, maggiormente interiorizzato.
Avrei desiderato farvi notare e sottolineare quanto dev’esser stato stridente il contrasto tra interno, privato e financo intimo e ciò che ad esso si frappone o, addirittura, si contrappone, vale a dire l’esterno, lo spazio vissuto come estraneo o francamente persecutorio, proprio quello spazio all’interno del quale in talune tragiche occasioni si progettano e, talvolta, si portano a termine tentativi autolesivi o francamente autosoppressivi.
Ma come sentirete non lo farò affatto.
Non lo farò perché m’è venuta noia, mi son davvero rotto e, ancor più, temo di tediare voi.
“Is the singer, not the song” Jagger-Richards (Released - 1965, on London/Decca Records, now Abkco Records): già nel 1965 ed anche una band pop come quella dei The Rolling Stones affermava che importante è il cantante e non la canzone: quest’ultima può essere sempre la stessa!
Tale minimalistica affermazione a maggior ragione può valere per quel che riguarda l’intervento di chi vi parla.
Infatti alla professionalità rappresentata dal sottoscritto, quella di psichiatra operante nei servizi pubblici territoriali della salute mentale, quest’oggi è stato dato un compito assai ingrato, vale a dire quello di rendere raccontabili e quindi parlabili gli eventi psichici scaturenti da uno spazio-ambiente oramai irrimediabilmente degenerato, un momento finale, un participio passato, la fotografia del punto del non ritorno, proprio il gradino ultimo, quello più in alto da dove si defenestra l’unica, l’estrema alternativa esistenziale, quella del suicidio o della violenza eterodiretta.
Ed io dovrei orientarmi in quello spazio a senso unico, in quel tunnel talvolta senza uscite, solo dotato di un unico filo di Arianna rappresentato dal fatto che quei pensieri suicidiari, quelle istanze necessarie ( Ἀνάγκη, necesse est), alfine si esprimono tutte col linguaggio e siccome non parliamo d’altro che di parole, dovrò rintracciare la più spaventosa delle analogie, quella che raccorda la claustrofobica assenza pneumatica di una psiche oramai già sotto vuoto spinto ad uno spazio che già è stato patologico e, per di più, patologizzante.
Che tragedia quest’analogia pur se solo travasata nel linguaggio!
Con uno sparuto numero di colleghi, per fortuna più giovani di me, rappresento l’ultimo anello della catena, quello più debole e pericoloso, quello senza rete, quello dell’intervento deciso e definitivo, quello oltre il quale c’è solo il Padreterno o Satanasso.
E allora voglio fino in fondo recitare questo ruolo maledetto da shrink, strizzacervelli, psichiatra della Caienna. Dalla spremitura di queste meningi è uscito fuori un torbido ed incerto succo che riverserò su di voi dall’alto, buttato giù da un sesto piano o da una agiata villetta posta a schiera.
SPAZIO (Negli incresciosi seventees ci si chiedeva: “ma la mappa, la cartina topografica corrisponde al territorio?”)
Questo territorio è quello che vede le gesta di operatori dei servizi pubblici che stanno aperti apposta e solo per salvare la pelle di disperati, non per ascoltare la stessa solfa, trita e ritrita di una sofferenza di plastica, artificiale, piccolo-borghese ed a tal punto autoreferenziata e ben corazzata da rafforzare persino quelle che sono le sue difese di sempre, quelle ambigue e mistificatorie, quelle stesse che non permettono di realizzare quasi mai l’indispensabile modifica della visione del mondo o di sé stessi. In quel “falso sé” monolitico i sintomi, le nevrosi, le psicosi, non solo si sono manifestate, ma si sono anche comodamente “allargate” immarcescibili.
E noi dei servizi pubblici territoriali siamo pagati proprio per impedire suicidi e mutilazioni e autolesioni da follia, da depressione, da vecchiaia, da malattia, da handicap, da droghe, tutti sintomatici comunque di black out della ragione e non frutto di scelta esistenziale: no non faccio parte dei filosofi esistenzialisti, mi ricordano troppo un antico film di Totò. Più vicino mi sento alla squadra della neurodeliri che si vede in “Totò truffa”, nell’episodio della vendita della fontana di Trevi.
Sono sufficientemente vecchio da ricordare, assieme ai teenagers di oggi per la verità, la pop o rockstar folle e carismatica Jim Morrison: pare che per dare un nome alla band di cui divenne il leader negli anni ’70 quella che in seguito ebbe un successo galattico che dura fino ai giorni nostri, si sia ispirato ad una strofa del visionario poeta William Blake che recita: “Ci sono al mondo cose che sono conosciute e altre che sono ignote: nel mezzo ci stanno le porte…” , The Doors per l’appunto.
Sono proprio quelle porte, soprattutto fisiche, che io e i colleghi vorremmo aprire o, più modestamente e umilmente, farci aprire, quando ci rechiamo dalla gente che soffre o anche nelle istituzioni malate, all’interno di spazi angusti, degenerati, dove estetica è una parola oramai priva di senso, ed il bello è considerato un lusso e la vivibilità un concetto della scuola filosofica di Francoforte.
Spesso e non solo metaforicamente, quelle porte vogliono ostinatamente rimanere chiuse, e allora sta a noi provarle ad aprire con ogni mezzo, anche con la forza.
Sì con la forza perché ne abbiamo piene le scatole della progressistica indifferenza travestita di civile rispetto per la privacy.
Perché è questo mestiere di psichiatra, un’arte fisica, permeata di fisicità non solo psico-libidica o istintuale o transferale, ma è una professione fatta anche di veri e propri contatti da gestire con tatto.
Conosco quasi tutti i palazzi dei quartieri che con colleghi ed infermieri mi trovo a “presidiare”. Ho rapporto anche con i portinai con cui mi alleo e so quante monete ci vogliono per l’ascensore (più spesso i nostri pazienti occupano appartamenti agli ultimi piani di palazzi senz’ascensore, così che il primo intervento si svolge tra lo sbuffare generale, che non è scocciatura, ma dispnea, visto che abbiamo tutti oramai un’età compresa tra i 45 e i 60 anni).
Conosco il mercatino rionale e le chiese, i viali e le zone decadenti, i negozi e le stalle del distretto sanitario territoriale. Tutti questi posti sono stati “teatro” di interventi anche spettacolari. Mi è capitato di fare taluni di quegl’interventi ed in emergenza anche nella macchina della Polizia, indimenticabili per me che stavo seduto dietro e, penso, che mai più proverò una tale claustrofobia chiuso com’ero all’interno di quel cellulare in miniatura, dove spessi plexiglas separano “i catturati” dagli agenti davanti, in cui ci si siede sulla scocca nel posteriore e i finestrini non esistono e si comunica per interfono. Ma ne ho fatti anche da trenta metri e su una scala ponteggio di vigili del fuoco per catturare persone.
Ma con gli agenti di P.S., che talvolta chiamo “collega” e tra loro ce n’è di veramente bravi, umani e di buon senso, abbiamo anche “preso” persone che volevano volare giù dal sesto piano e siamo arrivati noi per primi.
Ho preso tre pugni, due schiaffi, un calcio ed ho sentito profferire seri dubbi sulla moralità di mia madre.
Inoltre da qualche anno abito nel quartiere dove lavoro e mi sembra di stare in servizio anche quando con mia moglie mi faccio una passeggiata nella UPIM, visto che vi incontro sempre almeno cinque persone che “per lavoro” ho dovuto conoscere, ma esse son molto discrete e quasi sempre basta solo un cenno con le sopracciglia per riconoscersi e salutarsi…
Sono andato ai funerali dei miei malati, spesso già anziani, morti per patologie intercorrenti: già perché anche i pazienti psichiatrici si ammalano di cancro e di malattie cardiovascolari e si fanno pure di droga. Ed abitano in spazi che Bruno Zevi si rifiuterebbe di considerare tali.
Le cause di quest’iperafflusso di degrado socio-ambientale ed antropico?
Non ci basterebbero tutti i “Porta a porta” di un anno intero.
Ma le etiopatogenesi sono soprattutto psicosociali e quindi anche di natura inevitabilmente politica e socio ambientale..
La sofferenza tracima e la si rinviene in quei contesti dove la rete sociale non offre più all’uomo coerenti punti di riferimento, ma finisce per escludere proprio quell’uomo, impedendogli la possibilità di espressione e, soprattutto, negandogli la conservazione e persino la ricerca della propria identità. Come dice il prof. Marrocco, in questi posti, in tali luoghi, persino la ricerca incentrata sul rapporto spazio fisico-uomo, architettura-psiche, si rifiuta di individuare la genesi del rapporto ancora del tutto sconosciuto, quello tra individuo e spazio. E manco si riesce ad immaginare come ed in che modo lo spazio, l’ambiente, l’architettura, influenzano ed agiscono sulla psiche dell’individuo al punto di dar vita a fenomeni esogeni estremi psico-degenerativi. MORTE
Vincenzo è self-cutting pur non trovandosi più in fase adolescenziale e questo per via dell’organizzazione psicopatologica della sua personalità. Allora è ancora più pericoloso? Non studia più, non lavora più, non vive più, non ci fa entrare più nella sua camera. Ma quando passa per strada, anche di inverno con magliette a mezze maniche o T-shirt lascia vedere chiaramente a tutti, provocando, i suoi tagli in bella vista, l’interessante fenomeno dell’automutilazione (self-harm). Anche Dalì avrebbe apprezzato la tavolozza del sangue sugli arti in cui il soggetto infligge deliberatamente delle ferite sul proprio corpo e non pennellate di colore. Più concretamente intenzionale e diretta è la distruzione e alterazione di parti dei tessuti del proprio corpo, senza (senza?) un cosciente intento suicidario” malgrado la sua modalità di “intaglio” prevalente sia quella superficiale/moderata (“delicate cutting”). La mamma lo ha scaricato bambino (download) a casa della sorella zitella, facendo così avverare la profezia che quando i compiti evolutivi dell’individuazione\separazione non vengono adeguatamente supportati da un’adeguata esperienza familiare, l’evoluzione del giovanotto non è più in grado di risolversi in una stabile costruzione dell’identità.
Gradevole è la sua complessa “griglia” di cicatrici orizzontali o verticali in diversi stadi di guarigione. Quando il taglio avviene, spesso senza dolore, il comportamento autolesivo termina con un sollievo della tensione che lo precedeva, seguito dalla vista del sangue che sgorga dalla ferita. Forma di parasuicidio o sintomo di un disturbo di personalità borderline? Ma si rade a zero anche il cranio e cammina torvo e cupo per le strade di Marrakech, città a 200km da Roma, cosiddetta perché in mezzo al viale ci ha le palme. Sopravvive al Flegreo, minuscolo quartiere in cui gli ex-giovani, come il padre di Vincenzo, generalmente residuati bellici del ’77, parlano un linguaggio strano, un politichese partenopeo, ma oramai vuoto di significato. Di buono v’è sicuramente: 1) la posizione che è panoramica; 2) le abitazioni con stanze di 2 metri per 3 e quindi caratterizzate dalla furbata che son facilmente pulibili; 3) i n° 2 fratelli Cannavaro, miliardari che giocano al calcio ed anche nella nazionale italiana e che oramai vengono a Napoli/Marrakech dotati di passaporto.
Persino gli psichiatri “da salotto” affermano che nel caso del “cutter” è difficile distinguere condizioni francamente patologiche da fenomeni di moda. Sotto il profilo psicopatologico questi attacchi al corpo mettono in pericolo il sé ed è importante mettere in evidenza od escludere la nozione di dipendenza, cioè di “asservimento”, di perdita di controllo sull’Io. Allora il mio Vincenzo lascia intendere un disturbo narcisistico, una difficoltà a costruire un’identità adulta, che sarebbe il compito dell’adolescente pur avendo lui stesso superato da un pezzo quell’età della vita?
E così ho dovuto. L'ho imbavagliato, incravattato, ammanettato, obbligato, confiscato, stemperato, riciclato, malmenato, sperperato e riconvertito sul binario a scartamento ridotto della sua vita a dir poco bulgara.
SPAZIO
Fuorigrotta e Bagnoli, sono da considerarsi zone cosiddette di “transizione”, ad alto livello di disorganizzazione sociale, con regolare e progressivo incremento della trasformazione di vaste loro aree in zone di “periferia”, e la periferia, anche questa, non è un’espressione cartografica o da catasto, ma una categoria del pensiero, un valore\misura del degrado.
Si rinvengono infatti la disorganizzazione delle famiglie, l’elevazione della criminalità giovanile e dei casi di psicosi più spesso schizofrenica, la presenza di immigrati stranieri, lo stato di non proprietà della casa da parte dei residenti, il degrado culturale, l’istruzione raffazzonata e superficialmente di maniera, il crollo degli ideali, la gracilità dell’etica, l’isolamento sociale.
Esemplificativo è il meccanismo della deriva sociale per opera del quale uno schizofrenico in fase ancora iniziale o non conclamata, ma sicuramente agli esordi, tenderebbe a spostarsi verso le zone disgregate della città perché va incontro ad un declino dello status sociale. Ne consegue che, secondo una logica stringente, se in questi quartieri viene diagnosticata una notevole quantità di psicopatologia psicotica, vuole anche dire che i quartieri stessi si trovano in una fase storica di pesante disgregazione, disorganizzazione e sofferenza con notevole difficoltà ambientale tra i suoi abitanti.
E’ quindi l’assenza di spazio, l’assenza del bello, l’assenza del buono anche nell’ecosistema o nell’habitat metropolitano che è in grado di interferire patologicamente con le proprie ed altrui ecologie della mente? Risultato?
Disintegrazione.
Morte.
Mi tengo sempre in allenamento per fiutarla sul nascere. La sensazione stessa è già un indizio, una traccia, una scia di...morte. Sensazione e non paura. Quella non c'è più: non la temo, sto sulle sue piste. Ogni giorno ne sono bagnati i muri. L'odore è acre, polvere pirica bruciata.
L’ho fiutata anche a casa di Giuliano.
" Stairway to heaven " (Led Zeppelin) stava ascoltando quando lo vidi. La sola volta che l'ho visto. Ma ci rivedremo presto. Attento, non vuole nessuno, può essere pericoloso. Ma non ho mai avuto paura, della morte poi! Nessuno mi ha mai neppure offeso. Anche Giuliano non sfuggì alla regola della buona creanza e mi accolse come si conveniva. Suonava gli Zeppelin. Puzza, puzza, anche lì, puzza di morte. Anche John Lennon è stato sparato, forse proprio dal figlio di Rosemary sotto il palazzo, il Dakota sul Central Park. Quel bimbo nato contro natura è ora un uomo raffinato e chissà sotto quali spoglie gira per il mondo appiccando il male. Sulla mia pelle ne sento lo sguardo sinistro schizzato dall'album doppio della band di Jimmy Page. Tra quelle finestre in copertina sempre la stessa figura: è lui, the Devil, più Satana che Lucifero. Non voglio ascoltare mai più quel disco. Solo presagio? L’introduzione ad un solo spettacolo: quello della morte per mano del Male. Ma se non ho ancora capito la natura del suo gioco? Giuliano la intuì immediatamente. La conoscenza fu poi totale e per lui perdente. Anche lui diceva di star bene, all'università, di suonare una ragazza e di amare una Fender Telecaster, di legno come le sue dita. Quella stessa chitarra che poi carezzò con le ruvide mani nodose. Era stata comprata usata, come la mia ottimistica presenza. E la madre. Allora, come sta? Male.
Nel lager familiare s'era fatto rapare a zero il cranio.
Gli occhiali tondi e spessi ingigantivano la paura che già gli si era seduta accanto, ma senza la falce: l'esecuzione doveva eseguirsi per forza, nel vuoto, per gravità. Ma sorrideva contaminato. Ed io mi canticchiavo "Time", Pink Floyd. La nebbia non mi aveva fatto vedere che il suo tempo era scaduto. Così gli ho solo parlato, le cazzate solite, l'ho acchiappato, ma non l'ho fermato. Me lo son fatto scappare. I King non li so leggere, ma sembravo un esperto. E così abbiamo riso tutti e non solo lui che allegro non era, ma si sarebbe sanato da sé. Quello era hard rock, non è per educande.
Papà mi vuoi bene?
Chiedeva oramai a se stesso abbracciato a lui. Poi l'ha chiesto al Padreterno in persona il giorno prima. Satana se lo pigliò il giorno dopo. Voleva accelerare l'arrivo in Paradiso senza prendere l'autostrada pur avendone pagato il pedaggio. Un volo dal cesso dell'ottavo piano fa davvero una grossa bua.
Ma che...potrebbe...?
Ma ero solo. E io sono un uomo e non altro. I calci in culo mi fanno ancora male.
SPAZIO
Lo spazio è quello del Rione Flegreo. Al suo interno ben cinque quartieri che inscatolano quasi 136.000 residenti (e gli altri? I non residenti? Gli extracomunitari? Gli avventizi? I temporanei? Gli appoggiati?…Boh!? )
Tutto assieme il Rione Flegreo confina col mare, il Golfo di Pozzuoli, laddove tramonta il sole e, purtroppo v’è l’occaso di questa civiltà, proprio dietro l’isola (isola?) di Nisida. Esso s’è formato 3600 anni orsono esitando il tutto in zone collinari paludose, malsane e mefitiche e persino in vulcani. Ma si ricorda ancora l’ Italsider, spenta da secoli, e la Cementir, anch’essa cementata e che sin qui son state importanti fucine di tumori ed ora il ferro prodotto che vi si arrugginisce nel mare ha finito per essere un museo a cielo aperto della stupidità e dell’insensatezza umana nel golfo più bello del mondo. Come da soli certamente potrete inferire tutto quanto suddescritto ha provocato nella popolazione un’armoniosa stratificazione sociale, i cui soggetti risultano oggi esser amalgamati e omogeneizzati dalle tonnellate di oppiacei che, come il ragù crea una nuova parmigiana, ma di morti.
In quel territorio insiste Fuorigrotta. Ivi persino la camorra locale che ha l’ingrato compito di tenere l’ordine pubblico è piuttosto mediocre e scarsamente violenta. Anche questo è segno dei tempi che sono caratterizzati dall’ignoranza e dall’incultura. Persino la malavita comune è stupida e lo status socio-culturale non decolla e rimane mediocre anch’esso. Il genitore medio (ma esiste?) che al sottoscritto capita più spesso di contattare nel corso del suo impegno professionale è elemento che ancora oggi nutre il suo “addurmutissimo” figliolo con trofiche merendine nel mentre che questi prepara la maturità alla play station e con FIFA 2009, (e dire che questi giovanotti, si deve ammettere, bellocci, son venuti su ad erba!). La differenza fondamentale con altri territori è che qui si utilizzano droghe lievemente più raffinate, laddove ad esempio a Bagnoli, altro storico quartiere, un giovanotto si fa di Kobrett e l’altro… pure, che è, come potrete intuire “la schifezza dell’eroina” nel senso di residuo. Dal punto di vista delle drugs per niente mediocre è questo moderatissimo quartiere con le sue costose case, ma senza un’associazione culturale che sia una, un teatro che sia uno, un cinema che sia uno tutti sostituiti da banche e ve n’erano sette fino a vent’anni orsono. Anche i negozi sono mediocri salvo nei prezzi che applicano vista l’esclusività e il protezionismo commerciale che applicano come se ci trovassimo a Vigevano. Ma la popolarità di Fuorigrotta si eleva soprattutto la domenica sera quando ci si collega televisivamente dallo stadio San Paolo o quando qualche mamma si butta dal balcone con le sue figlie.
MORTE
Gea, la-più-amata-dalle-case-farmaceutiche. Afferrata in tempo.
Quando l’ho conosciuta ne veniva da un tentativo suicidiario “vero” avvenuto per defenestrazione, ma per sua fortuna, da un piano basso della tromba delle scale del palazzo dove abita ancora.
Una ragazza splendida, ingegnere edile col pallino dell’utilizzo dei sistemi informatici applicati all’arredamento: lo stesso Q.I. di Einstein. Ma con un pensiero magico ed esoterico invadente ed intrusivo: grave difficoltà per un rozzo psichiatra a stento preparato secondo i dettami fenomenologici di Mincowsky. Lunga chiusura in casa per mesi: autismo? Sintomatologia negativa…? Appiattimento o ottundimento affettivo, presente, si certo… Ma si è sposata dopo aver flirtato con uomini d’ogni tipo, ma dalle sicure ascendenze intellettuali. Non si lavava nemmeno: assenza di volizione, apatia. Ma da questo emergeva quale regina della notte per la frequentazione di bar e locali dove per lei il Courvoisier la faceva da padrone: bottiglie intere che non la facevano stare neppure troppo in palla, ci voleva dell’altro. Tre flaconi al dì di ansiolitico, quella benzodiazepina utilizzata dalla persona attiva. Ma non era troppo. Ci aggiungeva una settantina di ipnoinduttori: quella roba mi ha quindi insegnato che la dose minima letale era estremamente elevata, che non era un granché nell’indurre sonno e che aveva un enorme potenziale nell’ingenerare tolleranza, abuso, addiction e, perché no, craving .
Ora si spiega perché la mia paziente è stata eletta, come la Cuccarini, la più amata, ma dalle aziende farmaceutiche. Il costo elevato di quantità industriali di psicofarmaci ed alcolici è stato il motivo principale per cui v’è stata la richiesta d’intervento. Infatti continuava ad essere tra le poche a continuare, dico a continuare malgrado quel po’ po’ di roba in corpo, a usare quei difficilissimi software applicati all’ingegneria. Altro che compromissione delle funzioni cognitive superiori! Anche se permaneva nel suo mondo, anzi in un mondo tutto suo e se continuava a lavorare era per pagarsi quei farmaci tutti in fascia C, compreso l’alcolico dolce…per le donne. Ma allora è vero che gli estrogeni esercitano un’azione antipsicotica: e Gea è ancora adesso iperestrogenica, soprattutto nelle forme molli e voluttuose che tra le altre gravi cause urbanistiche contribuivano ad alimentare il traffico cittadino quando lei passava per le strade del quartiere perturbata e turbativa per l’ordine costituito psico-libidico di ognuno. Già, perché quella di cui si sono in breve descritte le gesta, è proprio una nuova psicotica a rischio suicidio del terzo millennio, un’ammalata strana in cui, come da manuale prevalgono i sintomi affettivi, i sintomi positivi sono rappresentativi sì, ma sotto soglia, l’età di esordio è relativamente tardiva come previsto dall’identità e quindi dalla differenza di genere, come pure l’iperprotezione da parte del sistema familiare e delle relazioni sentimentali. Duprèe alludendo al carattere lo inquadrerebbe tra quelli iperemotivi, e qui il cerchio si chiude. Ma l’ho afferrata al collo e fatta entrare per forza nei percentili umorali in cui ogni donna dabbene deve per forza rientrare, pena l’alienazione. E s’è messa a dieta e sta già sgonfiandosi. Fra due anni le faremo fare un bambino, oggi no.
SPAZIO
Ancora talkin’ about sul Rione Flegreo. In esso talune zone sono conosciute solo dagli psichiatri e per nulla dagli spazzini o dai vigili urbani. In certi rione non c’è da spaventarsi troppo, visto che essendo un quartiere poverissimo ha solo il merito dell’arruolamento della manovalanza del crimine proveniente tutta da figli degli operai cassintegrati delle fabbriche chiuse. Questi ragazzi escono di notte come topi con la testa vuota e non solo le tasche, in sette nell’automobile usata a stracciar la vita con lo stomaco in subbuglio parlando male delle donne. Le case del quartiere son brutte, piccole e anonime come la povera gente che le ingombra. Neppure Ignazio Silone potrebbe scriverne una trama per mettervi una location più strappalacrime. Al contrario in Bagnoli e fino a sessant’anni fa’ vi si facevano i meglio bagni di Napoli giungendovi col tram e con la frittata di maccheroni sotto il braccio andandosi a stendere su una spiaggia d’oro e non ancora del color del ferro osservando da sotto in sù il bel parco di Posillipo, ma non per rinverdire i fasti virgiliani, ma per andarvi in serata a pomiciare con la fidanzata dello sfogo. S’intravedono ancora nel centro abitato malgrado l’erosione rugginosa lo splendore delle ville liberty tuttora presenti. Si aspetta il casinò e il porto turistico dalle cui barche in esso attraccate scenderanno padroncini veneti in bermuda a mangiare le linguine con gli scampi dei terroni di Coroglio.
Bagnoli è una vecchia signora decaduta e non levigata, ma rovinata ed in bolletta: nel portamento s’intravede ancora l’antico splendore, essa stessa talvolta si da un po’ di cipria e una passata di rossetto da quattro soldi, ma non è più riuscita a spulciarsi di quei pidocchi che l’hanno lasciata andare ad arrugginirsi dopo essersi già svenduti la FABBRICA! Oggi Bagnoli per uso di sostanze è seconda solo a Scampia facendo uno strepitoso testa a testa con il limitrofo rione Traiano.
E questo può valere anche per la trasgressività, la devianza, la violenza.
A questo punto mi sovvengono degli scenari di ambientazione etnologica e di habitat etologico tratti dalla mia pluridecennale pratica clinica, quella spesa accanto alla violenza ed alla sofferenza
Non credo sia soltanto di chi scrive una banale e perplessa oltre che inquietante riflessione sulla insicurezza e fragilità d’un’organizzazione sociale basata solo sul contenimento di folle, sulla iperprotezione anche tecnologica di “quasi” tutte le paure ancestrali dell’individuo.
Ma ci si provi ad immaginare un venerdì sera uno sfortunato con una carta di credito smagnetizzata tra le mani o intrappolato in un ascensore a chiusura automatica arrestatosi tra un settimo ed un ottavo piano: impotenza nel primo caso e panico nel secondo.
Si tenti di immedesimarsi in chi da troppo tempo sta percorrendo in auto e col serbatoio in riserva, le strade molisane Trignina o la Bifernina, e ci si imbatta in una bufera di neve, non è notte, sono le sedici, ma di una domenica di febbraio ed il telefono portatile è scarico: un distillato di disperazione pura imperlerà la sua fronte.
Col pensiero si voglia raggiungere Bologna partendo da Firenze e si sta percorrendo l’autostrada che scavalca l’appennino tosco-emiliano, sta piovendo che Dio se n’è scordato ed una Smart sta sorpassando un TIR, mentre un altro camion precede sulla corsia di sorpasso ed un altro segue quella scatoletta detta city car e a quella vettura chiede strada: come in un racconto di Stephen King il portentoso e sicuro navigante di Internet alla guida non riesce a far emergere neppure il fiato dalla sua bocca spalancata, immerso com’è in quella specie di lavaggio rapido che lo perseguita ad un passo da una morte allucinata.
E ancora.
Altre immagini (visionarie?)
Napoli, via Ghisleri del quartiere cosiddetto “167” in Secondigliano di Napoli, tristemente nota per essere il “boulevard” principale dello shopping center delle sostanze d’abuso più “in” della metropoli del sud e c’è da fare solo l’attraversamento della strada, null’altro, ma l’orologio porta oramai le 23,00.
Ancora. Roma. Sosta pressi stazione Termini dalle 21,30 alle 22,00.
Entrambe “prove da sforzo” per un cuore normale.
Molise. Foratura d’un copertone sul ciglio delle medesime succitate strade provinciali. Si rallenta. Si accosta accanto alla cunetta. Ci si prepara a sostituire la gomma. Si apre lo sportello scricchiolante e…un’esplosione di silenzio invade le orecchie, le ossa, la pelle, gli occhi dell’autista. Dov’è quel sano rassicurante rumore di fondo che tutti i giorni ovatta ed accarezza la vita senza lasciar mai da solo con sé stesso quell’autista sfortunato che oggi è disindividuato e con la civiltà a migliaia di anni luce pur col suo normale inquinamento?
Si son volute citare solo alcune delle situazioni persino banali che possono capitare ad un cittadino urbanizzato e metropolita, nutrito dai mass media e protetto oltre ogni limite da quei presidii di sicurezza sociale ed individuale che in ultima analisi lo separano da se stesso e che non gli fanno mai fare l’esperienza, la madre di tutte le prove, vale a dire quella di verificare nella sua solitudine di cosa la sua mente ed il suo corpo sono capaci.
Queste lontane anche se banalissime situazioni pur tuttavia possibili e, talvolta temute od allucinate anche se assai remoto risulta essere il loro verificarsi, potrebbero risultare frutto di una visionarietà di quanto viene tecnicamente oggi indicato quale “ansia” fino alla franca “angoscia”, angoscia anche di vivere, paura di morire o di diventar matti.
A quell’uomo, forse anche a noi che siamo qui oggi, non è stato mai concesso di verificare qual è il proprio punto di rottura, visto che sin dalla nascita ha sempre approfittato ed usufruito di aggiustamenti che incanalavano l’istinto dentro canali maggiormente protetti, accettati e percorribili, pur di non giungere mai nei pressi di una situazione esistenziale al limite del tracollo e del breakdown psico-fisico.
Non sono sicuro di esser riuscito, provandoci davvero tra tanti stenti e quasi per il rotto della cuffia a dimostrare che anche lo spazio, gli spazi, la vera essenza dell’architettura, riescono a incidere su quell’antro fin troppo custodito rappresentato dall’intrapsichico, dallo psichismo, finendo per influenzarne persino uno stato di malessere-urgenza o, al contrario, benessere-dilazione, ma, forse, non a determinarlo del tutto. Come per gli “astra” nella previsione oroscopica così anche per lo psichico ed anche per il grave disagio psicologico vale l’aforisma: spatium inclinat non determinat.
Però, però, però. Arrivo oggi al colmo per uno psichiatra (anche se è cosa non infrequente rintracciare), che è quello di…dissentire da me stesso.
Proverò a spiegarmi, facendo i conti soprattutto col sottoscritto.
La desertificazione dello spazio dovuta a quell’insieme di situazioni derivanti dalla mancanza di norme sociali, ecologiche, urbanistiche, estetiche, è la sola causa in grado di provocare dissonanza cognitiva e, quindi, disagio psicologico fino alla estrema soluzione del suicidio?
E’ solo il contrasto tra aspettative ambientali, eclissi della memoria, realtà vissute come continuo e perverso mutamento sociale e ambientale a rendere inabitabile un’interiorità all’interno d’un esterno?
Nasce solo da carenza di riconoscimento di ambienti geografico-spaziali con impossibilità di identificazione emotiva quella condizione esistenziale della scelta estrema sino al black out?
Forse il tutto è solo una grave concausa, una reazione all’estraneo patrimonio di valori del gruppo che, d’emblèe, diviene anche esso estraniante, alienante e persecutorio rispetto a quanto l’individuo pensava di aver interiorizzato e messo nel rappacificante cassetto giusto della propria mente.
Si è pure pensato, e lo si è pure scritto cin modalità granguignolesca, a cause rientranti nell’acuto contrasto tra interno ed esterno, spazio vissuto come estraneo ed alienante, patologico e patologizzante, disperato e disperante.
Ma dove un contrasto simile può aver trovato le sue ragioni per realizzarsi?
Oggi rintraccio un che d’inquietante anche nel buco nero della progettazione di umani spazi umani fatti per umani e che aleggia nei tradimenti di un giuramento che anche voi architetti ed urbanisti avrete, come noi medici abbiamo quello di Ippocrate, giuramento che è ancora più vincolante per il fatto che volevate progettare la vita a quanto pare e non solo i suoi contenitori.
Quel che vedo o interpreto è una sorta di ritorno del rimosso: il rimosso è l’aver fatto soccombere uno spazio dedicato alla naturalità della vita.
E’ la natura che deve prendere nuovamente il sopravvento, anche nelle costruzioni.
Vorrei vedere la natura per differenza rispetto all’oggetto, esattamente come un suono che arriva alla mia percezione quando finisce di vibrare la corda pizzicata.
Non vorrei fare excursus nell’ambito della cultura e di quella egemone in particolare. Non lo farò, non sono neppure in grado e non ho tempo e voglia per pensarci.
Ma come non si può imbavagliare il vento e non si può incarcerare un terremoto, così non si può sfuggire alla legge estrema per mali estremi come unica risoluzione salvifica dal Male: l’esecuzione della morte e la creazione di una popolazione scissa se non del tutto dissociata dal rimanente tessuto sociale, urbano ed urbanistico.
Troppo facile è far riferimento alla vivibilità di posti e ambienti.
Personalmente mi son fatto l’idea che non si riesca a vivere se la propria attiva esistenza non agisca da attore protagonista di un film, un film di cui non si vuole essere solo un figurante, forse nemmeno il regista.
Quindi tocca a Voi, dopo aver sentito Noi, fornirci la location di quel film, ma dovreste fare anche da scenografi e, per forza di cose, avere il ruolo di sensibili direttori di una fotografia della vita che più spesso è fatta di chiaroscuri, ma anche di luce.
Mi aspetto non un film “de paura”, quello di cui sopra ho tracciato la sceneggiatura, bensì d’amore, con un’ambientazione anche geografica che disinneschi l’odio e che faccia sì che la sessualità abbia per fine ultimo quello della trasformazione dell’aggressività in eros.
E’ alla libertà che strizzo l’occhio, non me ne vergogno, quella stessa libertà che in una natura castrata e strangolata non è integrazione delle opposte diversità, ma espansione totale ed invadente del proprio ego superbo ed arrogante, ma anche isterilente.
Infine, ma dopo troppi anni, so che quegli architetti serafici dei primi anni settanta erano tanto arrabbiati poiché ancora non riuscivano a vedere una civiltà, una società, un territorio lontanissimi, tal quale una galassia lontanissima e su cui era impossibile incidervi.
La rivelazione.
Quegli studenti di architettura allora, in quei tempi li invidiavo in quanto a differenza di me che, studente di medicina, vedevo il male e i malati e quasi mai visualizzavo il bene, il corpo sanato, mi pareva che invece vedessero tutto il felice d’un mondo nuovo, un mondo di là da venire, ma sicuramente architettato per la felicità. E’ a partenza da questa visione, anche da questo convegno di studi, che s’inizi un procedimento di progettazione e realizzazione mai ancora riuscito, quello inverso che va dal generale al particolare.
Avevo intuito bene, quegli antichi architetti d’un tempo col loro terzo occhio riuscivano a visualizzare l’uomo all’interno d’uno spazio. Non all’esterno.
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