"Venturi aevi non immemor" ovvero "Conoscere il passato per guardare al futuro"
(A Piera (Tosini) che crede ancora che la Fenice rinasca ancora dalle sue ceneri. E ha fede che lo crediamo anche noi)
Il titolo è preso a prestito dal motto fatto inserire dalla nobile famiglia Serra del ramo dei duchi di Cassano sotto l’arme dipinta sul soffitto della sala d’ingresso al piano nobile del loro splendido palazzo in Napoli che ancora porta il nome di Serra di Cassano, edificio che oggi è la sede dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, fondato da Gerardo Marotta nel 1975.
La storia, quella della rivoluzione partenopea del 1799 stroncata nel sangue dopo che il 21 gennaio fu promulgata la Repubblica Partenopea, mi ha fatto venire un pensiero bizzarro e certamente non condivisibile da parte dell’intelighenzia “partenopea” (ma esiste?). Un manipolo di giovanotti rampolli di famiglie “bene” o aristocratiche meridionali diede sfogo ad un ideale solo loro, ad un’utopia che nessun popolano mai e neppure ad alcun nobile era mai passato per l’anticamera del cervello. Ferdinando IV di Borbone per un po’ fece “pazziare” (giocare) quei giovanotti, poi, quando la cosa pareva diventar un pochino più seria diede incarico al calabrese Fabrizio Ruffo, un laico a cui aveva dato il titolo di cardinale (ma pensa te!), di far smettere quel gioco. Il “cardinale” Ruffo pensò bene che bisognasse dare anche un monito indelebile a quelli del “Monitore napoletano”, il giornale/manifesto della repubblica diretto da quella bruttona della Eleonora Pimentel Fonseca, peraltro di origini portoghesi e, quindi, per essere entrata a Napoli senza pagare il biglietto fu impiccata a Napoli, nella storica piazza del Mercato, il 20 agosto 1799. La morte non risparmiò neppure Gennaro Serra, il figlio dei Duchi: il papà chiese la grazia per il suo scapestrato figliolo, grazia che gli fu negata dal re ed il papà chiuse non solo se stesso nel suo dolore, ma chiuse per sempre anche il portone d’ingresso del suo palazzo, quello che dava su via Egiziaca a Pizzofalcone poiché “guardava” il Palazzo Reale, tale che oggi si entra ancora e solo da via del Monte di Dio. Il cardinale pensò bene di assoldare un esercito di maccaronari lazzari e di bagnare nel sangue quello stupido tentativo di democrazia a Napoli. Democrazia che, da allora, 210 anni, a Napoli non c’è mai più stata sostituita di volta in volta da re stranieri, re italiani, fascisti, comunisti, sindacalisti, case delle libertà e case democratiche. Da allora non è stato mai più provato a mettere insieme un cuscinetto fatto di cultura, magari piccolo borghese, che si frapponesse tra gli appetiti dei poteri forti e gli interessi dei poteri criminali del cosiddetto “popolino”. Un cuscinetto che potesse fare non solo da ammortizzatore di stridenti contrasti, ma anche da membrana semipermeabile in grado di sussumere ignoranza sciacquandola nell’Arno della eticità da un lato, ma fronteggiasse sfruttamenti beceri ed avidi dall’altro. In Europa questa organizzazione sociale già stava avvenendo ed i segni si vedono ancora oggi. A Napoli quel sangue di allora ha impedito che ciò avvenisse per sempre e così questa sfortunata città è rimasta nel sud del mondo e l’euro è servito solo a triplicare i prezzi al consumo. Non solo, ma la metafora del 1799 è rimasta nel tempo quale modello indelebile. Da allora chi vuole conquistare questa “donnaccia” d’una città, deve allearsi col popolo dei lazzaroni, quelli che, come oggi, sentono solo di guadagnare più che si può e lavorare meno che si può. Chi vuole il potere se ne fotte di avere almeno il consiglio di chi ha la ragione e non la forza. Chi vuole dirigere non può avere e deve sedurre chi, come lui, non ha idee, non ha ideali, neanche ideologie, ma vuole pescare nel torbido di un illecito fatto di criminalità, perversione, devianza, trasgressione, soldi sporchi, interessi di bottega, poltrone traballanti, discariche più inquinanti della ‘munnezza. E così l’altro da sé non esiste: è questo il paradigma, l’esperanto unificante, altro che dialetto napoletano! Cari ragazzi del 1799 ci avete fatto un danno dalla portata incommensurabile.

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